Andrea, il Forrest Gump di Galliera Veneta

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Forrest Gump esiste, ed è veneto. Si chiama Andrea, e si è fatto oltre 4.000 km di corsa, uscendo da casa una mattina di aprile e fermandosi solo quando è arrivato a Capo Nord, in Norvegia, 83 giorni dopo, e aver attraversato 6 diverse nazioni consumando 9 paia di scarpe.

Oggi Andrea “budu” Toniolo si definisce avventuriero. E probabilmente quando dovrà rifare la carta d’identità sarà questo ciò che farà scrivere alla voce “professione”. Eppure il destino di questo ragazzo di 26 anni fino a un paio di anni fa non sembrava diverso da quello di migliaia di giovani della sua età: la vita in provincia, una famiglia come tante, un diploma in agraria e la laurea in vista all’Università di Padova, una fidanzata che gli vuol bene. E poi un lavoro come progettista di parchi e giardini, la passione per il calcio sempre più confinata nel fine settimana, che con gli anni, come per tutti, diventerà calcetto, sintomo del fatto che le cose che da ragazzi credevamo importanti pian piano si rimpiccioliscono.

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Insomma, avete presente la profezia nel finale di Trainspotting 

Diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi televisore del cazzo, la lavatrice, il cd e l’apriscatole elettrico, la salute, colesterolo basso, la polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

 

Poi, nel 2012, nel giro di un mese il deragliamento: un primo incidente giocando a pallone che provoca una grave lesione ai legamenti della caviglia destra, poi un secondo incidente in moto (la moto nuova) che gli lacera letteralmente il quadricipite sinistro. “Un incidente che poteva andare anche peggio, mi dice Andrea, dal momento che il mio casco era praticamente spaccato in due”.

Andrea deve stare a letto per sei mesi e iniziare una riabilitazione che si annuncia lenta e faticosa. E Andrea a stare fermo non c’è mai stato molto abituato. Inizia a parlar poco, si abbatte. Gli manca l’aria, le arrampicate in montagna. Ma l’impedimento che sente non è appena alle gambe. È un malessere più generale: “Stare a letto immobile, dice Andrea, ti costringe a pensare, a guardarti indietro”. Quel bilancio che tanti fanno a 50 anni capita allora che lo fai prima dei 25. E il risultato è lo stesso: vivi una vita intera facendo quello che vogliono gli altri, e non sei contento. Andrea si sente addosso un principio di depressione, e come se non bastasse, arriva un’altra tegola: la lettera di licenziamento.

In quei giorni diventa intrattabile, scontroso, tanto con i suoi genitori quanto con Anna, la sua fidanzata, che va a trovarlo tutti i giorni. Non vuole mangiare né vedere nessuno. L’unica cosa che fa nella sua stanza è provare a scrivere quello che gli passa per la testa.

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L’idea mi è venuta in mente come reazione alle mie gambe rotte, racconta Andrea, non avevo trovato una soluzione alla sensazione che avevo di star buttando via il mio tempo, né una risposta alle mie domande. Ma sentivo che potevo ricominciare da lì, dalla corsa. Ci ho pensato e ripensato per giorni. Poi una sera sono uscito dalla mia stanza, sono sceso dai miei genitori e ho detto: ecco, appena mi rimetto a posto, io parto”.

In quel periodo Andrea riprende vita e inizia a capire come fare. Trova un allenatore che fa al caso suo. Si tratta di Simone Bortolotti, già preparatore di Alex Bellini, un tizio che qualche anno fa ha attraversato l’Oceano Pacifico a remi per 18 mila km, per dire.

Va a trovarlo all’inizio di marzo e gli dice che ha appena messo via le stampelle e vuole diventare un ultramaratoneta. “Credo che abbia visto in me quelli che Rocky chiamava gli occhi della tigre” racconta Andrea. I due iniziano un duro allenamento e nel giro di un mese Andrea fa sia il test del lattato che il test Conconi. Il coach sembra soddisfatto e lo iscrive, a sua insaputa, al Magraid.

Il Magraid è un’ultramaratona di 100 km che si corre nel mese di giugno nella steppa friulana. Dire la “steppa friulana” fa un po’ effetto e richiama le immense distese del nord della Russia. Magredo infatti significa proprio terra magra, cioè arida e povera d’acqua, una caratteristica dovuta a un terreno particolarmente calcareo che nasconde alla vista ogni presenza d’acqua. Un terreno, tuttavia, che in primavera si riempie di fiori e addirittura di orchidee, che trovano tra queste distese di sassi (claps in friulano) un habitat naturale.  Da queste parti, unico posto in Italia, cresce anche l’erba dei tartari, una specie di origine steppica diffusa nella Siberia meridionale e che sembra sia stata casualmente introdotta da queste parti dalle invasioni dei barbari provenienti dalle steppe ungheresi intorno all’anno 1000.

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Il Magraid si corre in tre tappe, rispettivamente di 10, 55 e 35 km, dal venerdì alla domenica, è aperta ad appena 180 atleti e non è esattamente la gara che si consiglierebbe a un novellino che corre da appena 3 mesi come battesimo nel mondo della corsa. Ma per Andrea quei 3 mesi valgono come 3 anni: non a caso il venticinquenne fila come un treno e finisce diciassettesimo e primo di categoria.

È la scoperta del mondo delle corse ultra-trail, ovvero se non sono sopra i 50 km le gare ci fanno schifo. O, come dice uno dei tanti stravaganti personaggi di Born To Run (il libro cult di Chris McDougall sul mondo degli ultramaratoneti americani): “Una maratona? Che noia. Quei 42 km può farli chiunque”. Per un anno Andrea mentre colleziona, tra allenamenti e gare, una quantità impressionante di chilometri, progetta il suo viaggio.

L’idea di Capo Nord mi è venuta aprendo una mappa e prendendo un compasso”, racconta. È una meta che tutti sognano, in particolare motociclisti e viaggiatori. Ho pensato che sarebbe stato bello andare a vedere com’era”.

Capo Nord è considerato il punto più settentrionale d’Europa. Sul sito ufficiale dell’ente del turismo norvegese si legge che si trova sull’isola di Magerøya, nella regione di Finnmark o Lapponia norvegese, ed è un altopiano roccioso che cade a strapiombo in acqua da 307 metri di altezza dove il Mare di Norvegia si incontra con Mare di Barents, parte del Mar Glaciale Artico.

Chiaro, no?

Già sulla prima pagina di Google, vi venisse voglia, si trovano consigli, suggerimenti e altro, ad esempio “Qual è il modo migliore per arrivare a Capo Nord? Guida utile per organizzare un viaggio a Capo Nord in macchina, in camper, in moto, aereo e autobus. Come arrivare, il meteo e le temperature e tutte le informazioni per viaggiare fino a Capo Nord, in Norvegia”.

Per Andrea andranno bene gambe, scarpe e…un carretto, perché l’idea, infatti, è quella di correre in autosufficienza, senza camper e staff al seguito. Il carretto lo costruirà lui stesso: la struttura viene ricavata da una brandina da campeggio piegata a dovere su cui vengono montate 2 ruote da Mountain Bike da 26” e un manico in alluminio da fissare a un paraschiena della Dainese che Andrea indosserà lungo il viaggio. A uno zio tappezziere commissionerà poi un paio di bretelle in pelle che servono a tenerlo su.

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Il carretto viene pronto a febbraio e Andrea può iniziare a provarlo: si tratta ora di allenare la parte superiore del busto e collaudare a dovere il suo compagno di viaggio. La gente del posto che lo vede trotterellare fin dal primo mattino trainando questo bizzarro ammennicolo lo osserva stranita.

Così come tendenzialmente stranita sarà la reazione di quelle aziende alle quali Andrea scrive per chiedere un supporto. Qualche mail si perde, qualcun altro gli risponde per cortesia. Tra chi accetta di sostenerlo, fortunatamente c’è la Pedon, una azienda specializzata in legumi che gli garantisce un rifornimento di riso integrale, farine di cereali, quinoa, legumi e semi di chia e di canapa. C’è da dire, infatti, che Andrea, predilige un’alimentazione vegetariana, peraltro come molti ultramaratoneti famosi come Marco Olmo o Scott Jurek.

Andrea ha escogitato un metodo per alleggerire il carico lungo il viaggio: ha individuato 4 mete lungo il percorso dove si farà spedire il cibo e le scarpe di ricambio.

Così arriva il giorno della partenza: il 19 aprile 2015 Andrea esce di casa col suo carretto cui ha dato il nome di Anna (come la sua fidanzata) Jenny (come la ragazza di Forrest Gump) #1, perché, mi spiega, avevo già in mente che quello poteva essere il primo dei miei viaggi. La tabella di marcia prevede l’arrivo a Capo Nord il giorno di Ferragosto, circa 4 mesi dopo.

Un po’ di amici gli fanno compagnia per i primi 30 km fino a Bassano del Grappa e poi lo vedono scomparire lungo la strada che porta verso la Valsugana. Nel carretto, sul quale sventola una piccola bandiera italiana, una tenda da campeggio, un sacco a pelo e un materassino, un fornello ad alcool e poco altro. In tutto almeno una trentina di chili da portarsi dietro.

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La giornata tipo di Andrea durante il viaggio? Sveglia al mattino presto. Colazione con pane, marmellata e succo d’arancia. Poi tutto dentro il carretto e partenza. Pausa pranzo verso mezzogiorno con frutta secca e frutta fresca e di nuovo via verso nord. Alla sera un pasto caldo, tendenzialmente a base di cereali e legumi. Ogni giorno per 84 giorni Andrea ha corso una media di 55 km.

La scelta dei legumi, racconta Andrea, oltreché per ragioni di budget, mi è servita anche per semplificarmi la vita. In ogni paese in cui arrivavo trovare un barattolo di ceci in un supermercato era relativamente facile”.

Fisicamente è dura, soprattutto per i primi 3 o 4 giorni, quando devi ancora entrare nell’ottica che hai davanti molta strada da fare. Quando non ci si regola ancora con la velocità. All’inizio andavo troppo forte, anche 10 o 11 km all’ora, e ne ho risentito. Poi ho trovato il ritmo giusto”.

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7 cose che Andrea ha imparato durante il suo viaggio:

  1. Che andando verso nord non è che si va in salita, infatti Andrea è arrivato a destinazione in appena 83 giorni, l’11 luglio, il giorno del suo compleanno, 26 giorni prima del previsto.
  2. Che durante le discese, con un carretto di 30 e passa chili dietro, è meglio non farsi prendere la mano.
  3. Che arrivare all’estremo nord della Germania e trovarsi all’improvviso di fronte il mare, può essere una sensazione straniante.
  4. Che in Svezia fanno un’ottima pizza, soprattutto dopo due mesi che si mangiano ceci e vellutate di miglio.
  5. Che in Lapponia si può correre per 12 giorni senza incontrare una macchina.
  6. Che una motivazione ben radicata aiuta a superare qualunque ostacolo, tipo trovarsi nel bel mezzo della Lapponia una domenica mattina con il carretto rotto.
  7. Che si può stare per giorni senza wi-fi e vivere, e correre, felici.
tra le scarpe

Il viaggio di Andrea, grazie a una GoPro e a un iPhone con cui si è portato a casa ore e ore di immagini, a una raccolta fondi in crowdfunding e alla collaborazione con il regista Alberto Scapin (conosciuto al suo ritorno) è diventato oggi un dvd, che si intitola ovviamente Capo Nord, e che budu da qualche mese va in giro a presentare raccontando la sua storia.

L’esperienza fatta poi è servita a farlo diventare coach, per l’esattezza Barefoot Training Specialist (con tanto di diploma). Oggi cura personalmente la preparazione di alcuni aspiranti runner e ultra runner che prediligono il cosiddetto natural running, la corsa con scarpe cosiddette minimaliste.

ultima

Se prima o poi doveste passare dalla parti di Galliera Veneta e aveste voglia di farvi una corsetta con lui basta cercarlo, prima o poi lo trovate. Andrea budu Toniolo, detto il Forrset Gump veneto ogni mattina si fa una cinquantina di km. Senza carretto, per adesso.