Annarita Sidoti, chidda chi cammina

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Ci pensate mai ai marciatori? Anzi: l’avete mai incrociato per strada uno che marcia? Sì, quelli che camminano veloci con quel loro gesto un po’ innaturale e sculettante, i marciatori.

Che ormai capita di incrociare di tutto, signora mia: i runner, certo, quelli lenti e quelli veloci, i solitari e le comitive, e poi i camminatori della domenica, i Nordic Walkers, quelli con le bacchette da montagna che a vederli sulla complanare o al Parco della Guastalla fanno un po’ specie; e poi i reduci dal Cammino di Santiago, illuminati da qualche lettura sul potere salvifico della passeggiata, con ai piedi sandali ultratecnici che di francescano hanno ben poco, e ancora quelli con indosso le felpe e i K-Way così sudano e dimagriscono e quelli con la canotta anche a gennaio e al polso un cronometro gps capace di misurare al millimetro ogni cambio di velocità.

E poi ogni tanto, ma davvero ogni tanto, in una qualche periferia, o ai margini di un campo, incrociate un marciatore.

Nell’atletica esistono discipline che quando si è bambini non si capiscono subito e c’è bisogno di qualcuno che te le spiega. Il salto triplo, ad esempio, è una di queste. La marcia è sicuramente un’altra.

“Nel suo concetto generale, spiega l’enciclopedia Treccani,  la marcia è un modo di camminare caratterizzato da un passo costante o cadenzato, che è proprio di truppe in movimento o di cortei. Mentre dal punto di vista sportivo rappresenta l’anello di congiunzione fra il camminare e il correre, e come tale deve rispettare principi tecnici e regolamentari. La regola base della marcia è quella che la definisce come “una progressione di passi eseguita in modo da mantenere con il suolo un contatto ininterrotto”. Dunque un piede non può lasciare, dopo la spinta, il terreno prima che l’altro lo abbia già toccato (anche per questo i marciatori sono chiamati gli specialisti del ‘tacco e punta’)”. Su Wikipedia la marcia viene descritta come “un gesto atletico apparentemente innaturale e può essere definita come una forma evoluta e agonistica del cammino”.

In inglese lo sport della marcia ha un nome affascinante e immediato: walking race.

l marciatore insomma è una specie rara e bizzarra, un tipo solitario e determinato che va spesso controcorrenteè consapevole della sua originalità e finge indifferenza agli sguardi curiosi o divertiti che lascia dietro di .

Annarita Sidoti era un uccellino, una specie di colibrì, uno scricciolo d’oro appunto, come la soprannominò lo storico direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò all’indomani della medaglia d’oro di Spalato, anno di grazia 1990.

Ma già circa dieci anni prima, per quelli che la vedevano marciare tra i paesini di Patti Marina e San Giorgio di Gioiosa Marea, in quel frammento di Sicilia tirrenica che si affaccia proprio di fronte alle Isole Eolie, sul lungomare o lungo la statale 113, piccola, minuta, Annarita era chidda chi cammina, quella che cammina.

Annarita nasce nel luglio del 1969, nei giorni in cui l’Apollo 11 sbarca sulla luna. Ultima di cinque sorelle porterà sempre i capelli corti, quasi a voler rispondere a modo suo, anche coi suoi tratti androgini, al mancato arrivo del figlio maschio in casa Sidoti.

Quando inizia a correre per la piccola società sportiva Tyndaris Pattese Annarita ha 11 anni, e probabilmente non raggiunge il metro e quaranta d’altezza.

A capo della società c’è il professor Salvatore Coletta, che diventa fin da subito il suo allenatore, ma anche e soprattutto una specie di secondo padre. Un giorno, al termine di una gara di mezzofondo finita così e così, le misura l’altezza. “Nel giro di qualche anno arriverai a un metro e 65, le dice per consolarla, e a quelle là fuori le spacchiamo tutte“.

Non ci sarà bisogno di diventare troppo alte. “Eravamo e siamo una piccola società che gareggia a livello provinciale, racconta oggi Coletta con l’umiltà tipica di certi uomini del sud, Chi l’avrebbe detto che quella bambina avrebbe cambiato la nostra vita e un giorno avremmo tifato per lei ai campionati mondiali?

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Un paio d’anni dopo – Annarita avrà avuto 13 anni – alla vigilia di un torneo regionale la Federazione chiede alle società partecipanti di presentare anche di un’atleta per la 3 km di marcia. Coletta capisce che l’unica che potrebbe prestarsi alla marcia è a picciridda, la piccoletta. Annarita lo fa di malavoglia, un po’ se ne vergogna. Anche se l’Italia ha da sempre una grande tradizione nella marcia, questa disciplina continuava e continua a rimanere sempre un po’ ai margini.

La gara però è un successo. Annarita vince, torna a casa, ci prende gusto e l’anno dopo la ragazzina si presenta a Como al trofeo Monguzzo, e torna in Sicilia con un’altra vittoria.

È in quel periodo che Annarita inizia a diventare chidda chi cammina. Con Coletta dietro in bicicletta, e sempre più spesso anche da sola, inizia a marciare lungo il litorale che da San Giorgio porta a Patti Marina e giù fino a Mongiove. Attraversa i paesini, marcia sul ciglio della Statale 113 con le macchine che la sfiorano o che la vedono all’ultimo momento o, se va bene, sul lungomare che guarda le Eolie. Ma si allena anche in salita lungo le strade provinciali che portano ai paesini sulle colline, o fino a Tindari, dove sorge il santuario della Madonna Nera, meta di pellegrinaggi da ogni angolo della Sicilia.

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Annarita ha 16 anni quando conosce Pietro, che ha un anno più di lei. Accade durante una festa di carnevale. Nella foto che Pietro mi mostra lei è vestita da odalisca, lui da sceicco arabo. Era destino che i due si piacessero. Infatti si mettono insieme e quasi subito Pietro capisce che per star dietro ad Annarita avrà bisogno di molto fiato.

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Ogni tanto infatti, il ragazzo dà il cambio a Coletta per seguirla in bici (o in motorino se va a scollinare) durante i suoi allenamenti. Ma soprattutto si dovrà abituare, Pietro, all’assenza di Annarita.

Innamorarsi di un’atleta professionista, mi spiega Pietro, significa imparare ad aspettare. Aspettarla al traguardo, ma non solo. Aspettarla la sera, al ritorno dagli allenamenti. Aspettare le sue telefonate, mentre è in giro per l’Italia e per l’Europa per meeting, preparazioni, campionati indoor e outdoor. Nell’era in cui non c’erano cellulari, smartphone, sms e whats’up, quando si stava lontani c’erano solo due opzioni: le parole o i silenzi. Le telefonate dal telefono fisso o il nulla. Ogni tanto, forse, una lettera. Innamorarsi di un’atleta professionista, allora come oggi, significa aspettare che la vita faccia il suo giro, che la carriera si compia, che, solo dopo, si possa parlare di matrimonio o, magari, di figli. Per questo molti sportivi professionisti (atleti, tennisti, nuotatori) trovano ancora oggi il proprio partner nel loro medesimo ambiente.

Mi ricordo il mio diciottesimo compleanno senza di lei, racconta Pietro. Mi ricordo quando mi trasferii a Catania per studiare medicina all’Università e Anna non riuscì mai a venire a trovarmi per più di due giorni di seguito. L’estate per lei era la stagione delle gare, delle competizioni, dei ritiri in montagna. A San Giorgio le spiagge si riempivano, i motoscafi e i gommoni prendevano la rotta di Vulcano, di Stromboli, di Panarea e lei, racconta ancora Pietro, non c’era mai. Eppure in questo distacco continuo, in questa lontananza e in questa successione di attese, e anche di liti e di discussioni accese, il nostro rapporto diventava più forte“.

Il 1990 fu per la carriera di Annarita l’anno della svolta. Agli europei indoor di Glasgow, in seguito alla squalifica delle due concorrenti che l’avevano preceduta vince un’inaspettata medaglia di bronzo. Viene convocata per i Campionati Europei, che quell’anno si svolgevano a Spalato, in quella che allora si chiamava ancora Jugoslavia.

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A guardare gli spezzoni recuperabili oggi su Youtube delle gare che si svolsero in strada a Spalato (come la maratona che vide il trionfo di Gelindo Bordin due anni dopo le Olimpiadi di Seul) colpiscono molte cose: l’apparente casualità degli spettatori, le ultime automobili residui di quella che era stata l’Europa oltre la cortina di ferro, la signora che è uscita a far la spesa e si blocca sul marciapiede, diversi uomini con indosso improbabili magliette marinare a righe orizzontali su pantaloni bianchi.

Salvatore Coletta racconta quella gara come se l’avesse vissuta soltanto ieri. Al primo km le tre favorite, una russa di cui non ricorda più il nome, la tedesca dell’Est Beate Anders e la nostra Ileana Salvador (ai tempi la marciatrice di punta della squadra italiana) prendono il largo sul resto del gruppo dove ogni tanto si intravede la piccola Annarita. Coletta, davanti alla tv incrocia le dita. Se riesce ad arrivare anche soltanto dietro a quelle schegge, pensa, o nelle prime otto è un grande risultato. Durante la gara però accade l’impensabile. La russa, presa dalla foga, comincia ad accumulare ammonizioni, la sua andatura si fa irregolare e al settimo km viene squalificata. Le altre due, soprattutto la tedesca, cominciano a dar segni di cedimento e il gruppo inizia a recuperare. I 100 metri di distacco diventano 80, poi 60, poi 40. La telecronaca alterna le immagini della gara che si svolge fuori dallo stadio con la premiazione della gara del lancio del disco. A Coletta e agli altri italiani davanti alla tv arrivano soltanto frammenti di quello che sta accadendo, e quello che sta accadendo è semplice e travolgente: la Salvador e la Anders sono crollate e l’atleta che per prima entra nello stadio, nel tipico boato che accoglie il vincitore, è una piccola, piccolissima macchia azzurra. Annarita va a vincere il suo primo titolo europeo, mentre l’Italia quell’anno torna da Spalato con ben 5 medaglie d’oro (oltre a Gelindo Bordin, le due del mitico Salvatore Antibo e quella di Panetta sui 3 mila siepi).

Seguono anni di successi e insuccessi, come per tutti. Alle Olimpiadi di Barcellona nel ‘92 Annarita arriva solo settima, ai Mondiali l’anno dopo si deve accontentare del 9° posto. Nel ’94 torna sul podio con una fantastica medaglia d’argento agli Europei di Helsinki, dietro all’atleta di casa che fece l’ultima parte della gara praticamente correndo, senza venire squalificata dai giudici, nell’incredulità generale.

Secondo alcuni la stella di Annarita stava cominciando a tramontare, tanto che per i Mondiali di Atene del ’97 non viene neppure convocata.

Vattene al mare e riposati, le dice Coletta. Andiamo a farci una settimana alle isole Eolie, le propone Pietro. Macché, fa Annarita, io mi voglio allenare lo stesso. Pietro, ci andiamo a Ferragosto alle isole, te lo prometto.

Il resto è una sceneggiatura scandita dal destino. A due settimane dai Mondiali una delle quattro atlete della nazionale deve rinunziare per infortunio. Annarita viene chiamata a sostituirla e parte per Atene. La vacanza con Pietro alle Isole deve slittare ancora.

Ad Atene per la prima volta la gara dei 10 km di marcia femminile si svolge interamente in pista, con tanto di batterie di qualificazione. Nella sua, che si corre il giovedì, Annarita non forza il passo, l’importante è qualificarsi per la finale. Un giornale di Palermo titola “Deludente 7° posto per Annarita Sidoti”.

Poi arriva quella domenica 7 di agosto e quella gara che rimane una delle cose più incredibili che noi italiani abbiamo mai visto in uno stadio di atletica. In pratica, un episodio di Ai confini della realtà.

Si è calcolato che in quella gara Annarita raggiunga una frequenza di 3,8 passi al secondo, un ritmo che impone fin dai primi giri e che letteralmente fa schiantare le avversarie, ma anche le sue compagne di squadra. Le russe e le finniche, walchirie alte un metro e ottanta, arrancano dietro alla piccola Hobbit. Una russa le si avvicina, riesce a starle dietro per un minuto o due, sperando di farla cedere, forse le sussurra qualche minaccia nella sua lingua. Ma Annarita ha in tasca l’anello del potere e non intende farsi da parte. Le avversarie per starle dietro iniziano a commettere scorrettezze, devono correre, e accumulano ammonizioni. Alcune vengono squalificate. Quella gara, ha scritto qualcuno, è la cosa che più assomiglia alla trascrizione per l’atletica dell’incontro fra Rocky e Ivan Drago.

Agli ultimi 4 giri Annarita non ce la faceva più, racconta oggi Coletta. “Professore, mi disse una volta tornata a casa, io piuttosto che farmi acchiappare da quelle lì sarei morta sulla pista”.

All’ultimo giro Annarita si permette addirittura di doppiare la sua compagna di squadra e punta di diamante della nazionale italiana.

Scrive il professor Pino Clemente, autore assieme a Sergio Giuntini del libro Storia dell’atletica italiana:

Com’è possibile che un’atleta di proporzioni cosi modeste, sebbene aggraziate, riesca a primeggiare contro rivali ben più possenti? La preliminare considerazione riguarda il rapporto fra quel piccolo essenziale muscolo — pompa centrale aspirante e premente della corrente sanguigna, il cuore — e la superficie corporea della nostra Annarita. Il cuore della Sidoti, ben cavo, elastico, dai battiti lenti ma capace di espellere ad ogni gittata (sia a riposo, sia sotto sforzo) una grande quantità di sangue per irrorare e nutrire di ossigeno i muscoli impegnati in uno sforzo di durata, alimenta una superficie corporea dalle dimensioni ridotte. Il motore è potente, la carrozzeria è relativamente leggera; questo rapporto ottimale andrebbe verificato da test specialistici (coefficiente fra cuore e soma). 
La fragilità di Annarita è solo apparente: l’esiguità della silhouette si risolve in prospettiva bioenergetica vantaggiosa (minore “dispendio” se paragonato a quello di atlete più corpulente). Una macchina umana idonea a durare nella fatica, ma una centrale dei comandi nervosi che nelle frequenze esprime rapidità da velocista: è questa la tipicità rara dell’allieva del prof. Salvatore Coletta. 
La Sidoti è una longilinea (la lunghezza delle gambe prevale su quella del busto) ma l’ampiezza del suo passo è ridotta, soprattutto se confrontata con quella dalle gambe più lunghe delle sue avversarie; ecco lo straordinario del talento: capacità coordinative di una sprinter, frequenze impressionanti e una conseguente elasticità (e quindi reattività) muscolare, potenza aerobica ottimale e tecnica perfetta.

Dopo quella medaglia d’oro, racconta Coletta, i giornali titolarono “La Sidoti salva la spedizione azzurra”. Fu l’unica medaglia d’oro italiana di quei mondiali d’atletica.

Di ritorno da Atene con Pietro butta male. Lui vorrebbe che lei rimanesse un po’ in Sicilia. È ancora piena estate, c’è la gita alle isole che aspetta, ma lei adesso ha una medaglia d’oro al collo e la federazione la richiede ai meeting d’atletica di mezza Europa. Pietro getta la spugna e la lascia. Ma la separazione per fortuna dura poco. In autunno i due si rimettono assieme.

Nel 1998 Annarita si fa bionda e si porta a casa un’altra medaglia d’oro agli Europei di Budapest. È la storica edizione in cui il podio della maratona maschile è interamente italiano con Stefano Baldini che arriva davanti a Danilo Goffi e Vincenzo Modica.

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Ma anche quell’anno le vacanze e la gita alle Eolie con Pietro dovranno aspettare. Dopo averla vista in tv una giovane regista, Emanuela Piovano, la vuole a Roma in un film che sta per iniziare a girare, Le complici. Il film rimane ai cosiddetti onori delle cronache grazie al bacio lesbo tra la Sidoti e l’attrice Antonella Fattori, forse uno dei primi del genere nella storia del cinema italiano.

Annarita con Antonella Fattori nel film Le complici

Annarita con Antonella Fattori nel film Le complici

Alcuni anni dopo, quando si trovò a parlare della sua malattia, Annarita raccontava che lo sport le aveva insegnato a non mollare mai, a credere che la sconfitta non è definitiva sino a quando sei tu ad arrenderti. “Ho scoperto lotte più grandi di quando ero atleta, ora ho davanti un avversario che non molla mai, che può ucciderti prima l’anima del corpo. Ma questa battaglia non la vincerà”.

Annarita Sidoti si è sposata con Pietro nel 2003, l’anno stesso in cui ha detto addio alle competizioni agonistiche. Il loro viaggio di nozze lo hanno fatto a Stromboli alle Isole Eolie, a un paio d’ore di mare da Gioiosa Marea. E’ durato la bellezza di tre giorni. Stavolta era Pietro che doveva tornare al lavoro.

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I due hanno avuto tre figli, Federico, Edoardo e Alberto. Proprio durante la gravidanza di Alberto, nel 2009, Annarita ha scoperto di avere il cancro.

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In questi anni Pietro, che nel frattempo è diventato un affermato ortopedico, ha corso ogni giorno al suo fianco attraverso terapie, ricoveri, operazioni, speranze, cadute. “Molte volte, soprattutto negli ultimi anni, racconta, ho cercato di proteggerla, anche dalla verità che emergeva dalle analisi e dagli esiti delle operazioni. Ma lei ha sempre tenuto duro”. Nell’ultimo anno scolastico è anche riuscita a fare la rappresentante di classe dei genitori.

La fragilità di Annarita è solo apparente: l’esiguità della silhouette si risolve in prospettiva bioenergetica vantaggiosa. Una macchina umana idonea a durare nella fatica“. 

Dopo oltre 5 anni di lotta, al suo ultimo giro di pista Annarita non ce la faceva più, mi dice, ma ha tenuto duro. Come ad Atene penso io. Piuttosto che farsi acchiappare…

 

Annarita