Boa Vista Running Club

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In portoghese Boa Vista significa bella vista. L’isola fa parte dell’arcipelago di Capo Verde e si trova nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico, a circa 500 km dalle coste del Senagal, Africa occidentale. Il clima è quello subtropicale con temperature che si attestano tutto l’anno su una media di 25 o 26 gradi, e non scendono mai sotto i 22. Il 20% del suo territorio è coperto da dune di sabbia. La sabbia è quella del Sahara ed è arrivata fin qui con il vento dell’Oceano.

Probabilmente Pier è arrivato qui nello stesso modo. Dopo aver corso 9 edizioni della Marathon des Sables negli anni ’90 e aver attraversato il Sahara correndo per 120 km in Libia e per 300 km in Mauritania.

Quando assieme a Giordana, la sua compagna, una donna il cui nome ha anch’esso come un’eco di deserto, è arrivato per la prima volta a Boa Vista non gli è sembrato vero di ritrovarsi in un’isoletta di 29 km per 31 con dentro un piccolo Sahara.

Curriculum vitae di Scaramelli Piergiorgio, ultramaratoneta, nato a Chiusi il 5 novembre 1952 e attualmente Presidente del Boa Vista Marathon Club e organizzatore della Boa Vista Ultramarathon (distanze previste 42 km, 75 km, 150 km):

  • 90 maratone
  • 20 ultramaratone sulla distanza dei 100 km (tra cui 16 edizioni del passatore)
  • 9 edizioni della Marathon des Sables
  • Innumerevoli Non-Stop Ultramarathon nel deserto, la prima nel ’98 in Libia, l’ultima nel 2008 in Egitto.
  • Un’edizione della Badwater 135 (135 sta per miglia) nella Valle della Morte in California.

E dire che uno che si chiama Scaramelli Piergiorgio poteva benissimo essere destinato a fare il geometra a Marina di Massa, e magari a ritrovarsi con gli amici la domenica mattina per fare una pedalata in bicicletta sul lungomare fino a Viareggio e ritorno. La vita però a volte ti porta dove dice lei, soprattutto se non sei capace di star fermo e il regalo che hai amato di più da bambino magari era un atlante o un mappamondo. E allora il tuo fisico si trasforma, gli occhi cambiano colore e intensità, smetti di tagliarti i capelli e diventi Piergiorgio Scaramelli.

“Ho iniziato a correre nel ’77, un po’ come fanno tutti, andando dietro a un amico. E da allora non ho più smesso e non ho saltato neppure un giorno. Si, hai capito bene. Tu negli ultimi 40 anni hai saltato un giorno senza mangiare? No. Ecco, io uguale”.

Nel 1981 partecipa al suo primo Passatore. “Considera che iscriversi al Passatore allora significava fare una gita goliardica con tanto di chitarra, e finirla in 19 ore e 35 minuti”.

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La svolta avviene qualche anno dopo.

“Era il 1989, sì in quell’anno ne avvenivano di cambiamenti nel mondo. A me capitò sfogliando la rivista Correre che in quel numero parlava della Marathon Des Sables”.

La Marathon des Sables, nota per essere una delle gare più affascinanti e impegnative che ci siano, si corre nel Sahara marocchino su un percorso di circa 240 km, e si sviluppa in cinque tappe giornaliere (la più breve di 21 km, la più lunga di 82) in completa autosufficienza alimentare, il che significa che prima di partire va messo nello zaino tutto ciò che si ritiene dovrà bastare per mangiare durante la corsa. Durante ogni tappa ogni concorrente può disporre di un certo quantitativo d’acqua di cui ci si rifornisce presso i checkpoint che gli organizzatori allestiscono lungo il percorso. Gli stessi organizzatori preparano le tende dove i concorrenti possono dormire (e farsi medicare le vesciche ai piedi) al termine di ogni tappa.

“Chi non lo conosce, o chi ne ha una conoscenza superficiale, pensa al deserto come a un grande spazio vuoto, racconta Pier, in realtà il vuoto del deserto è solo apparente. Il deserto è un luogo vivo, un luogo dove ad ogni momento puoi rimanere sorpreso da qualcosa: le dune sabbiose, quasi come onde dell’Oceano, sempre in movimento. I tramonti. Quella volta che mi sono ritrovato in un campo di meloni. I meloni nel deserto, pensa te. O quell’altra quando un bambino saltò fuori da dietro un masso. Da dove veniva quel bambino? Come c’era finito laggiù? Dove cazzo era suo padre? E poi l’orizzonte infinito. E la notte. Nel deserto sei come il pastore errante di Leopardi: a tu per tu con l’universo”.

La Marathon Des Sables diventa per Pier un appuntamento fisso. In quegli anni in cui il GPS era ancora un oggetto misterioso si trattava davvero di una impresa ai limiti della follia, cui partecipavano 80 o 90 sciammannati. Niente a che vedere col serpente umano di oltre 1200 o 1300 persone che prende il via ogni anno all’inizio di aprile e che attrae oggi l’interesse di giornali e tv.

La leggenda della Marathon des Sables in Italia è cresciuta anche grazie al lavoro di Paolo Zubani e a ultramaratoneti come Marco Olmo, che ne ha corse ben sedici edizioni (la prima nel ’96, quando Pier ne aveva già fatte 5) e da noi ne è diventato una sorta di testimonial scrivendone anche nel suo libro Il corridore.

“Ai quei tempi si partiva con la bussola, il road-book, la mappa e via – racconta ancora Pier – I primi, i più veloci, correvano e seguivano le tracce delle macchine, poi dopo un’ora o due, si rimaneva a tu per tu col deserto e poteva capitare di perdersi o di vagare per ore e ore nella direzione sbagliata”.

Qualcosa del genere accadde nel 1994 all’ultramaratoneta romano Mario Prosperi il quale, disorientato da una improvvisa tempesta di sabbia, finì completamente fuori rotta sconfinando in Algeria e vagando per 10 giorni tra le dune. Prosperi sopravvisse nutrendosi di serpenti e topi e bevendo la sua stessa urina o, quando voleva variare, il sangue dei pipistrelli che provvedeva lui stesso a decapitare. Prosperi si salvò incrociando una famiglia di Tuareg che lo accompagnò presso una base militare algerina.

Con gli anni alla Marathon des Sables il deserto diventa meno deserto. Allora Pier va alla ricerca di gare che lo mettano ancora più alla prova, come per esempio le cosiddette ultramaratone non-stop, quelle in cui lo stesso concetto di organizzazione diventa qualcosa di evanescente: si parte da A e si deve arrivare a B. Hai sulle spalle un sacco a pelo, il cibo che immagini ti possa bastare, una bussola e lungo la strada (se li trovi) ci sono i rifornimenti d’acqua. Pier fa prima l’Ultramaratona nel deserto della Libia, poi i 323 km nel deserto della Mauritania.

Corse estreme in cui, spiega Pier, la forza mentale vale il 90%. In seguito parteciperà anche alla 333+ nel Deserto del Niger e, nel 2008, la 555+ in Egitto (sì, i numeri stanno a indicare i chilometri). A queste alterna la partecipazione a maratone tradizionali – Firenze, Berlino, New York, per citarne alcune famose e affollate – che per lui però rimangono essenzialmente momenti di allenamento in attesa del deserto, e che lo spingono a chiedersi una volta di più cosa desidera realmente.

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È in quel periodo, sul finire degli anni ’90 che Pier approda per la prima volta a Capo Verde. Con Boa Vista, una delle 10 isole dell’arcipelago, è amore a prima vista. Il luogo sembra incarnare ciò che ha sempre sognato, magari senza saper dargli un nome: l’Oceano con dentro un deserto.

“620 km di superficie di niente, che però per noi voleva dire tantissimo, 54 km di spiagge bianche ma soprattutto un luogo dove si respirava aria di libertà e l’occhio poteva vedere mille orizzonti e non incontrare nulla. Dove due giganti, il Deserto e l’Oceano, si prendevano per mano. E abitata da soli 3700 abitanti: era l’ideale”.

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“Quando con Giordana abbiamo cominciato a pensare di trasferirci non sentivamo il bisogno di fuggire da niente – mi dice Pier – per fare una scelta di questo tipo devi già essere in equilibrio”.

L’arcipelago di Capo Verde è a 6 ore d’aereo dall’Italia, e ai tempi gli italiani laggiù erano davvero pochi. L’idea per fare il salto è semplice e disarmante: gelati. Pier lascia il posto da geometra nel suo comune, si iscrive a un corso e, tempo qualche mese, apre la prima gelateria artigianale di Boa Vista. L’esperienza dura un po’ di anni, poi, assieme a Giordana, che lo raggiunge nel giro di poco tempo, aprono il Bed & Breakfast La Criola, che da direttamente sulla spiaggia e che negli anni è diventato una delle strutture più amate dai turisti che vogliono visitare l’isola.

Questa potrebbe essere la fine della storia. Pier e Giordana sono a Capo Verde e una volta l’anno, coi soldini risparmiati, mettono lo zaino in spalla e partono. Dentro il viaggio ogni tanto capita una ultramaratona (nel 2006 Pier ha corso per 300 km attraverso il deserto dell’Acatama in Cile, nel 2007 è stata la volta del deserto della Dancalia, in Etiopia) e, si potrebbe concludere, vissero felici e contenti.

Invece chi corre sa che ogni punto d’arrivo è anche un punto di partenza. Infatti Pier fin dai primi giorni del suo arrivo a Boa, tra un semifreddo e una coppetta, inizia a correre su e giù per l’isola imparando a conoscerne ogni centimetro quadrato: piste di sabbia e pietra, camminamenti per le capre, il deserto che cambia forma in continuazione, le spiagge battute dalle onde e dal vento.

La gente dell’isola comincia ad abituarsi a quello strano tipo coi capelli lunghi che passa correndo ai bordi del paese per poi perdersi all’orizzonte. “Finì che alcuni ragazzi iniziarono a correre assieme a me e fu così che l’idea di far nascere un marathon club e organizzare una ultramaratona proprio lì, nel deserto in mezzo all’Oceano, divennero una realtà”.

Il Boa Vista Marathon Club nasce come “associazione sportiva non a scopo di lucro che si prefigge vari obiettivi: a) essere una scuola di atletismo ivi incluso la iniziazione alla corsa nel deserto; b) praticare sport per tutti a prescindere da religione e razza, aiutare  l’integrazione sociale; aiutare lo sport per portatori di handicap; divulgazione della attività sportiva e culturale annessa; organizzazione di eventi sportivi e  partecipazione a competizioni in Cabo Verde e nel Mondo (maratone, Ultra-maratone, duathlon, triathlon e altri)”.

Pier riesce a coinvolgere atleti e ultramaratoneti italiani, tra cui il romano Corrado Zambonelli, che lo supportano sia organizzativamente che economicamente. La prima edizione è già un successo e gli atleti locali si dimostrano subito fortissimi. A vincere un ragazzo di appena 18 anni, Gianluca Barros Leitão, a parimerito con l’italiano Alessandro Centrone.

Negli anni immediatamente successivi la corsa viene modificata nei percorsi e nelle distanze e dal 2004 prende la forma attuale della 150 km in linea da affrontare in 40 ore di tempo, muniti di un road book, uno zaino con sacco a pelo e cibo sufficiente, e con una scorta di 24 litri d´acqua che viene consegnata progressivamente al raggiungimento dei vari punti di controllo, distanti fra loro dai 9 ai 15 chilometri. Successivamente Pier ha affiancato all’ultramaratona le altre distanze, in maniera da proporre un’offerta ampia agli appassionati e dando loro la possibilità di godersi anche una vacanza o di organizzare gruppi composti da runner con esigenze differenti.

Parallelamente il crescente coinvolgimento dei giovani runner capoverdiani e i risultati sul campo fanno sì che il Boa Vista Marathon Club cominci a crescere e diventi qualcos’altro. A quel punto prende corpo l’idea di creare una nazionale capoverdiana di ultramaratoneti.

“Assieme a Giulio Simonelli, già vincitore della Boa Vista Ultramarathon nel 2008 e che nel frattempo era diventato allenatore, ci rendemmo conto che gli atleti Capo Verde si adattavano a meraviglia a correre i 100 km su strada. Quella è la loro distanza, proprio come per i keniani lo sono i 42 km della maratona classica”.

Pier e Giulio Simonelli

Pier e Giulio Simonelli

Pier e Giulio, toscano anche lui e anche lui trasferitosi a Capo Verde, ci lavorano sodo e i ragazzi li seguono. Nel 2012 portano il primo atleta capoverdiano, Adilson Fortes Spencer Varela (già vincitore di 4 edizioni della Boa Vista Ultramarathon), sulla linea di partenza del Passatore. Adilson, alla sua prima esperienza in una ultramaratona di 100 km su strada, arriverà quinto assoluto, a soli 3 minuti dal podio e con un distacco di appena 23 minuti dal vincitore, il campione italiano Giorgio Calcaterra. I buoni risultati si ripetono anche l’anno successivo e a quel punto la Federazione di Atletismo Caboverdiana accetta la proposta di Pier e Giulio e prende vita ufficialmente la “Nazionale Capoverdiana di Fondo Lungo” (comprendendo la maratona di 42 km e la ultramaratona di 100 km), con l’obiettivo di favorire la partecipazione di atleti di Capo Verde a ultramaratone di livello internazionale in Europa e nel mondo.

Pier riveste il ruolo di Team Manager, Giulio è il Commissario Tecnico e nello staff, a partire dalla primavera di quest’anno, entra a far parte Luca Panichi, un altro toscano, già preparatore e allenatore della Nazionale Italiana di ultramaratona, che all’epoca e tuttora allena con successo atlete della nazionale italiana. E infatti, i quotidiani della regione titolano: Tre toscani alla guida della nazionale capoverdiana di ultramaratona.

“Certo, quello che non sanno – racconta Pier – è che corriamo con le scarpe usate che ci spediscono gli amici dall’Europa. Quello che non sanno è che durante la settimana i nostri atleti fanno chi il pastore, chi il muratore, chi il contadino. Quello che non sanno è che non riusciamo a fare gli allenamenti di squadra perché gli atleti vivono in isole diverse e metterli tutti assieme almeno una volta al mese significa spendere almeno 2000 euro ogni volta. E così la domenica, quando ci si dedica agli allenamenti più lunghi, ognuno fa un po’ per conto suo, e anche misurare i tempi diventa un’impresa. Per dire, l’ultima volta che son venuto in Italia son stato alla Decathlon a comprare due orologi da 59 euro per misurare tempi e ritmi di corsa”.

Nel maggio del 2014 al Passatore 6 atleti capoverdiani si sono presentati ai nastri di partenza: il migliore di loro, Jose Daniel Vaz Cabral, è arrivato 11° assoluto. Due mesi dopo è la volta del Trail di Lanzarote, che i capoverdiani dominano letteralmente arrivando al 1°, al 2° al 4° e al 10° posto. A novembre, sempre lo scorso anno, la prova del nove: l’esordio, in Qatar, al campionato mondiale di 100 km su strada dove i ragazzi di Pier ottengono un ottimo 14° posto su 39 squadre partecipanti.

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“Quest’anno una serie infortuni e malanni ci hanno massacrato, e due degli atleti più forti della Nazionale non hanno potuto partecipare alle gare che contavano. Ma adesso stiamo già pensando agli appuntamenti internazionali del 2016. Possiamo contare solo sulle nostre forze, e mettiamo mano ai nostri soldi. In un paese povero come Capo Verde l’unico sport che può sperare di trovare qualche minima risorsa è il calcio”.

“Per noi il problema della logistica rimane il più difficile da risolvere: una squadra deve lavorare il più possibile assieme e questo non riusciamo a farlo. Lo scorso anno, con l’aiuto del comune e della Caritas diocesana, siamo stati in ritiro a Montevarchi e la speranza è di trovare altri supporti di questo tipo nel 2016. Questi ragazzi hanno un potenziale incredibile, quando corrono sono uno spettacolo e hanno la dignità, le capacità e la voglia di vincere un campionato mondiale. Ci manca solo un po’ di aiuto.”

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Intanto, per chi lo volesse, c’è ancora posto per iscriversi al Boa Vista Ultratrail. Se non ve la sentiste di spararvi 150 km in 40 ore tra le dune e l’Oceano, in autosufficienza alimentare e dimostrare la pasta di cui siete fatti, potete sempre pensare ai 75 km della Salt Marathon, in fondo ci metterete meno di un giorno o, se proprio siete pigri, potete limitarvi all’ecomaratona: 42 km di devastante bellezza, per poi rilassarvi qualche giorno sull’isola di Piergiorgio Scaramelli e godervi la bella vista del deserto circondato dall’Oceano.

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