Fabrizio, un marziano a Milano

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Dicono che oggi Milano sia una città diversa, più bella, e forse è vero. Dicono che è diventata una città europea, in cui si respira la stessa aria di Londra o di Berlino. Dicono che è ripartita, che ha ritrovato una vocazione internazionale, quella che negli anni ’60 e ’70 si respirava in primavera, quando a Milano si faceva la Fiera Campionaria, che fu per anni la vetrina e il volano del boom industriale del paese. Un posto dove si portavano i bambini della scuola in gita, o dove la domenica si andava col papà a vedere i trattori, le macchine da corsa, gli elicotteri.

Dicono che anche la gente oggi a Milano è diversa. Più gentile, certo va sempre di fretta, ma a volte le vedi le persone, che si fermano, che fanno la foto a un cortile, o che tirano su la faccia dallo smartphone e si accorgono che il cielo oggi ha uno strano colore e fanno una foto alle nuvole. Gente che va in bici, che non ha più paura di portar fuori i bambini la sera, gente che trovi la domenica al parco Sempione, o in fila per vedere una mostra.  E gente che corre, a qualunque ora del giorno e della notte.

Se Milano oggi è una città un po’ diversa, un po’ migliore, forse è anche un po’ merito di Fabrizio Cosi. Fabrizio milanese lo è diventato, perché in questa città è così che succede. Arrivi un giorno, da giovane, magari con pochi soldi in tasca, senza conoscere nessuno e se lo desideri, pian piano, usando una brutta parola, ti integri. Ma integrarsi non significa necessariamente accettare tutto, entrare passivamente nell’ingranaggio del lavoro-guadagno-pago-pretendo.

Fabrizio è arrivato a Milano all’inizio degli anni ‘90, fresco di laurea in legge presa a Roma, per fare un master in Business Administration in Bocconi. Un percorso molto milanese prima in banca e poi con una sua società finanziaria che si occupava di fusioni e acquisizioni. “Ne sono uscito vivo” diceva di sé qualche anno dopo, quando decise di mollare tutto per dedicarsi a tempo pieno al progetto Podisti da Marte.

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E poi, aiutato da un fisico asciutto, Fabrizio ha sempre corso, fin da giovanissimo, e spiegava che la corsa, soprattutto la maratona, distanza sulla quale aveva comunque un PB rispettabilissimo (attorno alle 3h20’) è uno sport da secchioni: allenamenti costanti, una tabella da seguire, col bello o col cattivo tempo. Ma con gli anni Fabrizio capisce che la corsa può essere qualcos’altro: una specie di festa mobile, un modo per incontrare altre persone, uno spettacolo itinerante. Addirittura un modo per fare del bene. “Vogliamo cambiare la città cambiando i cittadini che la abitano. Aggreghiamo persone usando la corsa e facendole divertire, barriere zero. Quelle persone parlano e socializzano, ci aiutano a raccogliere fondi per le nostre buone cause, poi vengono a vedere come sono stati utilizzati. Così lo fanno di nuovo. E di nuovo ancora, finché diventa naturale, come respirare”.

L’esperienza dei Podisti da Marte nasce nel 2009: la definisce associazione no profit “eventualmente podistica che si occupa di progetti solidali ed educazione civica”. Eventualmente perché Fabrizio si era accorto, già dopo i primi anni, che l’espressione podismo finiva per essere quasi restrittiva del carico e della forza della sua intuizione.

Non è un caso che nel 2013, scriveva “Se tornassi indietro li chiamerei solo Marziani. Sentono parlare di noi e subito ci chiedono a che velocità andiamo, per quanti chilometri corriamo, se serve un’iscrizione o se facciamo gare. Non capiscono che il podismo è solo la lingua che parliamo, il luogo metaforico dove ci incontriamo, il nostro mezzo e non il fine”.

Questa e altre cose scritte da Fabrizio le abbiamo trovate in un bellissimo libro pieno di esperienze, immagini, poesie, fotografie che i Podisti da Marte hanno realizzato nel 2013 e che Pino Cambareri, amico di Fabrizio fin dagli anni dell’università e che fin dall’inizio ha condiviso con lui questa avventura, facendogli da “spalla legale”, mi regala dopo una lunga chiacchierata che serve a ripercorrere episodi, storie, momenti, belli e brutti, della sua amicizia con Fabrizio Cosi. Il libro nasceva proprio con lo scopo di raccontare un’esperienza viva e appassionata fatta di persone prima ancora che di runner “impegnati”, un modo per guardarsi allo specchio un po’ più in profondità, oltre il cliché del gruppo di volontari, tutti sorrisi, buone azioni e spirito solidale.

Ogni anno, scrive Fabrizio nell’introduzione, consumi la strada per allenarti, ma anche per partecipare a una gara (spostandoti in bici, moto, auto, treno, nave, aereo). Decine di migliaia di chilometri. In questo errare continuo, in questa materializzazione del movimento, tu, appassionato podista, dove stai andando? Sei sempre fermo, siccome immobile? Tutto questo movimento ha cambiato qualcosa in te, nei tuoi affetti, nella tua visione del mondo, nei tuoi sogni?”.

(Per questo libro, pensato per finanziare le buone cause delle missioni di quell’anno, verrà scelto un titolo bellissimo che viene dato involontariamente da un’intuizione del designer Franco Origoni: “Mi sembra anche che il tono sia molto importante e determinante: un invito a non prendersi troppo sul serio a guardarsi Sudato Bagnato Affaticato in Mezzo alle Moltitudini ma gioendo delle singole facce delle singole teste delle singole lingue che ogni individuo si porta dietro correndo“: una frase che sintetizza alla perfezione un certo approccio alla corsa – e alla maratona in particolare – ma anche una descrizione semplice ed efficace di cosa significa pensare alla corsa come uno strumento per incontrare l’altro).

Proprio in quel periodo Fabrizio stava maturando un cambiamento nello spirito dei Marziani. L’associazione era nata come “una critical mass podistica e solidale”, ma Fabrizio non amava l’approccio militante dei ciclisti di critical mass, così conflittuale e carico di ostilità verso un automobilista visto come il nemico da combattere. Fin dalla prima missione (Fabrizio e i suoi avevano scelto, per le iniziative dei PdM il termine missione, tanto evocativo quanto impegnativo) i Marziani invece cosa fanno? Donano ai passanti dei fiori. All’inizio sono i fiori finti che la sera prima Fabrizio, Pino e gli altri comprano dai venditori cinesi e sui quali applicano la tag col nome dell’associazione. Poi arriveranno le mimose, o i fiori marziani di cartoncino con l’inconfondibile simbolo del marziano giallo e nero.

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L’introduzione del libro si conclude così: “Ai Marziani piace tutto ciò che genera cambiamento positivo. In se stessi, per cominciare. Negli altri, per continuare”. Insomma, niente può cambiare nel mondo se non cambia la persona e se la persona diventa uno spettacolo di cambiamento. E fare del bene, occuparsi degli altri, è possibile solo come sovrabbondanza della propria passione per la vita. L’intuizione di Fabrizio è tutta qui: nel capire che la gentilezza, dei fiori finti, un tocco di follia (come la chiami quella cosa che spinge uno stimato avvocato o una affermata professionista a smettere per un’ora o due abiti eleganti, cravatte e scarpe col tacco per andare a correre per strada vestiti di giallo e con una parrucca in testa?) che tutto questo, insomma, può generare “cambiamento positivo”. Soprattutto in un luogo, come le strade di Milano, che sembra completamente privo di senso dell’umorismo.

Perché Fabrizio è innamorato di Milano e della sua maratona, tanto da partecipare a tutte le sue edizioni, fin dalla primissima che si tenne sotto una pioggia fitta nel lontano dicembre del 2000. Sono gli anni in cui la maratona si corre ancora nelle ultime settimane d’autunno. Anni in cui i maratoneti che corrono per Milano si beccano insulti (il classico “andate a lavorare!” è il più sobrio) e lanci di uova.

L’aneddotica racconta che nel 2015 gli organizzatori della maratona di Milano, volendo celebrare le 15 edizioni fatte, avevano raccolto tutte le medaglie realizzate fino ad allora. Tranne quella della prima edizione, che nessuno aveva e nessuno trovava. Fabrizio disse, aspettate un attimo, vado a casa a prenderla. E così fu.

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Fabrizio di quelle maratone eroiche non ne perse nessuna e forse è proprio già allora, correndo per una Milano incarognita contro i maratoneti che, anno dopo anno, allenamento dopo allenamento, matura in lui un’idea: trasformare un evento sportivo per gente un po’ toccata nel cervello come sono i maratoneti in qualcosa in cui la città possa sentirsi in qualche modo coinvolta. “Dobbiamo far capire alla gente che i podisti non sono marziani!” scrive in feroce articolo sul magazine podisti.net da cui prenderà spunto quello che sarebbe venuto dopo.

 A Fabrizio è sempre piaciuto viaggiare e da qualche parte ha visto questa cosa della staffetta e del coinvolgimento delle charity: lì ha iniziato a capire e con la nascita dei Podisti da Marte il collegamento è stato naturale. Ha cominciato a bussare alle porte di organizzatori e amministratori per descrivergli il suo progetto: aprire una sezione dedicata a squadre di runner che correranno la maratona secondo la formula della staffetta: circa 10 km ciascuno. Ogni squadra donerà una piccola quota a una Onlus. Ma cosa c’entra questo con la città? Semplice, spiegava Fabrizio, la sciura vedrà correre per strada non solo i runner veloci con il fisico e la faccia da runner, ma la sua vicina di casa, o la sua portinaia. Il milanese medio saprà che il suo collega, suo cugino, il suo carrozziere quel giorno corrono la maratona. E lo fanno per raccogliere fondi per un bambino che ha bisogno di una sedia a rotelle, o per l’Istituto Mario Negri che fa ricerca sui farmaci anti-cancro, o per l’associazione che aiuta le persone colpite da distrofia muscolare. La gente si inizia a fare delle domande, spiega Fabrizio, e magari smette di lanciare uova e insulti e inizia ad applaudire.

All’inizio pochi gli danno retta, ma l’uomo ha una sua ostinazione. Telefona, bussa alle porte. Il progetto parte. I Podisti saranno il soggetto che coordinerà quello che si chiamerà Charity Program. I numeri che danno l’idea del cambiamento sono impressionanti: nel 2010 alla staffetta partecipano circa 300 squadre per un totale di 1200 runner. Nel 2015, l’ultimo anno che ha visto la partecipazione attiva di Fabrizio le squadre saranno 2570 per un totale di oltre 10 mila runner. Dalla sua nascita il Charity Program della Milano Marathon ha raccolto oltre 3.000.000 di euro e ha visto la partecipazione di oltre 350 Onlus. 98 solo all’ultima edizione (alla quale le staffette iscritte sono state 2261).

Antonio Ruzzo sul suo blog il giorno della morte di Fabrizio scrisse del suo amore per Milano e per la sua maratona, e riportò alcune cose che lo stesso Fabrizio scrisse un po’ di tempo prima:

“Il mistero del mio amore”.  Così cantava Enrico Ruggeri: “Cosa si cerca quando si dà, quando si ama davvero, mistero”. È un mistero, ma questa maratona io la amo per davvero, con gioia e con sofferenza, come quando hai perso la testa per una donna volubile e capricciosa che non riesci a mollare. Le ho fatte tutte, in ogni condizione climatica e organizzativa, ho fatto i record oppure mi sono trascinato fino alla fine, ne ho detto peste & corna oppure no, eppure sono sempre qui, al suo fianco. Fedele. Perché quando si ama davvero non stai a chiederti perché, lo fai e basta, godi di una sofferenza agrodolce e attendista, aspetti quella scintilla che ti fa brillare il cuore e per la quale puoi sopportare anni di buio. Chiedetelo a un tifoso del Milan o dell’Inter cosa significa amare qualcosa, per sempre e QUALSIASI cosa succeda. Al cuore non si comanda, dicevo. I marziani si sono goduti la città, hanno fatto del bene supportando ogni volta una Onlus diversa, si sono divertiti, hanno fatto amicizie (qualcuno si è anche fidanzato), hanno scoperto che la corsa non è solo correre ma anche qualcos’altro. È la “terza via”. Come si fa a non amare qualcosa del genere? La corsa è sfida con se stessi, è relax, è salute, è metafora di una vita (dice qualcuno), ma è anche socialità, amicizia, festa, rompere barriere, superare limiti. Con la maratona, con le staffette abbiamo gli strumenti per superare i limiti. È un circolo virtuoso. Io corro la staffetta, convinco degli amici a correre con me, partecipiamo agli eventi (aperitivi, pasta party, concerti) del venerdì e sabato prima della gara, altri amici e parenti vengono con noi agli eventi e poi a fare il tifo, si divertono con noi e l’anno dopo corrono anche loro. E via di nuovo dall’inizio. I clacson degli automobilisti? Sono sempre meno, riconoscetelo almeno questa volta. E soprattutto: chi se ne frega!!! “Come può uno scoglio arginare il mare, anche se non voglio torno già a volare…”.  Qualcuno ci manderà anche a quel paese, ma mica tutti. Ci siamo abbracciati ed è stata un’altra grande festa. Questa è stata la mia bellissima maratona, roba da innamorati persi. E quindi: sarà anche un MISTERO quello che mi spinge a fare, dire, scrivere tutto ciò, ma di questo mistero io non cerco alcuna soluzione. Io so che corro perché mi piace. Se amate anche voi la corsa e se volete una vera maratona a Milano, il momento è arrivato: ora bisogna crederci. Io ci credo. Sono pazzo? certo che sì, tutti gli innamorati lo sono.

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In questi anni i Marziani si sono inventati idee incredibili: Run in Milan per esempio, una corsa alle sei del mattino in centro a Milano per portare i turisti stranieri (e non solo) a scoprire le meraviglie della città ancora addormentata correndo, ognuno col suo passo. Il tutto in cambio di una piccola donazione. Semplicemente geniale. O il progetto Polifonia, che si prefiggeva l’obiettivo di creare momenti di incontro e coesione sociale nei quartieri periferici di Milano con tanto di running (ovviamente), ma anche laboratori d’arte per i bambini, architetti che andavano a raccontare e spiegare i segreti e la storia degli edifici più curiosi, e poi momenti di musica e altro ancora.

Nel 2013 Fabrizio si lancia in un’avventura completamente diversa: assieme a Giorgio Fipaldini e ad altri due soci si inventa Open, la libreria che è anche spazio di co-working ed eventi in zona Montenero. Un format che nessuno aveva mai visto a Milano e che diventa un vero e proprio caso. “La cultura è contaminazione. Il cambiamento è sempre possibile – spiegava in una bellissima intervista a Repubblica, l’anno dopo – Non sono in crisi di mezza età, non sono in cerca di nuovi stimoli, né mi piacciono i colpi di testa, ma sono attratto dall’oscurità della forza come in Guerre stellari. Da quando ho rinunciato al posto fisso, quasi quindici anni fa, mi muovo solo nella “zona disagio”. Mi sforzo di non stare mai tranquillo, altrimenti hai finito di crescere. Se fai quello che ti piace, gli altri ti verranno dietro. Provaci ancora, fallisci ancora, fallisci meglio. (…). Sto seguendo un cammino che è in divenire. Nella serata inaugurale di Open c’erano mille persone. Il nostro slogan è “more than books”, ma non posso dire che tutto andrà bene. Capiremo nei prossimi anni se i numeri della libreria ci daranno ragione (…). Consiglio a tutti di non vivere vite di seconda mano, consapevoli che si può sbagliare sempre meglio”.

Epilogo

Dicono che oggi Milano sia una città diversa, più bella, e forse è vero. Dicono che la città è piena di gente che corre, giorno e notte. Dicono che alla prossima Maratona di Milano arriveranno runner da tutto il mondo, che la gente si fermerà ai bordi delle strade, applaudirà, disegnerà sui cartelli frasi di incitamento, Forza papà, Mamma non mollare, che migliaia di bambini punteggeranno il percorso per dare il cinque ai maratoneti sfiniti. Dicono che Milano quel giorno sembrerà New York e sarà un giorno di festa. E i maratoneti regaleranno fiori finti, e sorrisi, e parrucche colorate, e i palloncini voleranno su su fino a Marte.

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