La corsa di Vincenzo

dion vincenzo celebrazione

 

La mattina in cui Vincenzo Puccio deve correre la prima maratona della sua vita fa quello che fanno tutti i runner del mondo.

Si sveglia presto, fa una leggera colazione che è ancora buio, dà un’occhiata veloce agli indumenti che ha preparato la sera prima, e disposto ordinatamente in un angolo: le scarpe, la maglietta con il pettorale attaccato con le spille da balia, e tutto il resto.

La partenza della corsa è fissata per le 9, ma Vincenzo vuole essere sul posto con il giusto anticipo e far due chiacchere con gli altri runner. Neanche il tempo di arrivare e gli si fa incontro Santino Giacobbe, il responsabile della Podistica Messina, con l’espressione un po’ tesa.  Gli organizzatori hanno appena comunicato che la corsa è stata annullata. La pioggia e il vento nella notte han fatto parecchi danni, gli dice, ci sono anche alberi sradicati sul lungomare e sul viale della Libertà. L’incolumità viene prima di tutto e il maltempo durerà per tutta la giornata. Il rischio, insomma, è troppo alto. Son tutti dispiaciuti, dice Santino, vorrebbe dire incazzati, ma si trattiene. Il guaio, aggiunge, è che una maratona cittadina non si può rimandare di una settimana. Bisognerà aspettare il prossimo anno.

Pazienza, dice Vincenzo con un filo di voce sedendosi su una panchina. Poi, con estrema calma, si toglie la tuta e rimane con i pantaloncini e la maglietta col pettorale. Santino lo guarda: che fai? Gli fa, La corsa non c’è. Non hai capito? Una corsetta io me lo faccio lo stesso.

Prima di partire Vincenzo telefona al collega cui aveva chiesto quella mattina di sostituirlo. Lo informa del cambio di programma, gli dice che la messa delle 11.00 la celebrerà lui, che tornerà in tempo. Che tornerà a piedi. Durante il tragitto potrà pensare all’omelia e a trovare una risposta da dare a quei ragazzini che gli chiederanno se è già tornato perché ha vinto ed è arrivato prima di tutti.

Poi probabilmente più tardi Vincenzo chiederà perdono a Dio perché durante la celebrazione si distrarrà pensando a quale maratona potersi iscrivere da qui a una settimana, visto che sono più di 4 mesi che aspettava questo giorno. O forse è un po’ di più.

Qualcosa come 17 anni.

Tutto è cominciato nel 1984, forse 1985, in un paesino piccolo piccolo nell’estremità occidentale della Sicilia che ha un nome semplice ed evocativo: Vita. Vincenzo, che allora tutti chiamano Enzino, fa la seconda media. E come tutti coloro che sono stati bambini in Italia in quegli anni, correre significava avere davanti agli occhi una sola figura, quella di Pietro Mennea.

In quella primavera il suo professore di educazione fisica lo osserva correre, e propone ai suoi genitori di farlo partecipare ai campionato provinciale di corsa campestre che si terrà la domenica successiva a Salemi. Enzino per l’occasione ci si mette d’impegno e arriva terzo. Fin da subito suo papà è il suo primo tifoso, ed è proprio lui che qualche mese dopo lo accompagna a Palermo ai Giochi della Gioventù.

I Giochi della Gioventù, qualcuno li ricorderà, erano una manifestazione rivolta ai ragazzi e alle ragazze tra gli 11 e i 15 anni, che il Coni promuoveva a livello regionale e nazionale. Oggi esiste qualcosa di simile sponsorizzato dai Kinder Ferrero, per dire, quelli con più latte e meno cacao.

Enzino viene iscritto alla gara dei 2 mila metri. Li vince con un tempo di i 6’07”. Che sarebbero poco più di 3 minuti al km. Niente male se non hai nemmeno 12 anni e corri solo da qualche mese con delle scarpe bucate ai piedi.

Passa un po’ di tempo e arriva il momento dei campionati regionali juniores. Non più “giochi”, si tratta di sport vero, anche se per ragazzi, e il suo allenatore di educazione fisica glielo spiega: qui si corre per vincere e la distanza è quella dei 1500 metri, una gara che esiste anche alle Olimpiadi.

Enzino pensa di essere allenato ma qualcosa non va per il verso giusto. Il risultato è un mezzo disastro. Arriva settimo e la prende malissimo. Passa 3 giorni a letto, non vuole mangiare e parlare con nessuno. Litiga con mamma e papà, forse anche con Dio. Ma qualcosa è accaduto. A osservare i ragazzi dei 1.500 c’era Tommaso Ticali, l’uomo che sarebbe diventato il più importante allenatore di corridori sulle lunghe distanze in Sicilia. Negli anni, il suo nome si sarebbe legato a maratoneti come Vincenzo Modica (argento ai mondiali nel ’99) o, più di recente, la bravissima Anna Incerti (campionessa europea di maratona nel 2010).

Ticali lo prende sotto la sua ala e ci vede giusto. L’anno dopo Enzino ci riprova sempre sulla distanza dei 1.500 metri. Parte talmente di scatto che, non sa neanche lui come, perde una scarpa. Ma vince. In 4’01”. Per la cronaca il record del mondo (del mondo dei grandi) è di 3’26”.

Peccato che correre in quella maniera e a quella velocità, in quei 4 minuti, lo devasta, letteralmente. Nei giorni successivi Enzino cammina a fatica e si sveglia con dolori atroci nel cuore della notte. Anche solo camminare diventa una fatica, figurarsi correre, e per avere una diagnosi la famiglia Puccio gira ospedali su ospedali in tutta Italia e solo dopo tre anni a Bologna si arriva a una diagnosi (ernia al disco) e a una cura.

Bisogna dire che nel frattempo Enzino è cresciuto e a quei tempi quando finivi la scuola ti arrivava “la Cartolina”, più esattamente la cartolina del militare, senza alcun dubbio il vero rito di passaggio all’età adulta. Rispetto all’idea, anche solo astratta, della Cartolina, si avevano normalmente due opzioni: iscriversi all’Università (e quindi rimandare a un futuro indefinito l’iniziazione) o aspettare l’arrivo del postino e far le valigie.

Enzo parte militare nella primavera del ’92, destinazione Messina, e qui il destino gli dà una nuova opportunità. L’esercito organizza una corsa sulla distanza dei 5000 metri a Ramacca, vicino Catania e da Messina non c’è nessun iscritto. Il ragazzo non fa una gara da 3 anni e mezzo, ma ora sta bene e ha in tasca solo 60 mila lire, che gli dovrebbero bastare per campare almeno due settimane, ma la tentazione è troppo forte. Va in un negozio di articoli sportivi, e ne esce con un paio di Adidas e un pantaloncino. Vince la gara. Qualche settimana dopo va a correre a Palermo e vince anche lì. Due mesi dopo a Firenze ci sono i campionati dell’esercito. Fa due corse: i 400 metri per scaldarsi – una distanza per lui insolita – dove arriva secondo, e poi i 3000 metri, dove trionfa con un tempo di 8’15”.

Qualche settimana dopo ci sono i campionati Interarma a Riccione, dove corre sugli 800 metri e, sì, vince pure lì. A quel punto qualcuno in alto si accorge di lui e viene chiamato dal 5° Corpo d’Armata di Udine, da sempre la migliore squadra d’atletica dell’Esercito Italiano. Entrare nella squadra del 5° Corpo d’Armata dell’Esercito ai tempi era come andare a giocare nella Juventus. Quell’anno la squadra sbaraglia tutti: carabinieri, finanzieri, vigili del fuoco, perfino i superman del Battaglione San Marco e i paracadutisti della Folgore.

Enzo è un po’ il centravanti della squadra d’atletica: capace di correre dagli 800 metri alla mezza maratona (che in allenamento fa in 1h07’, praticamente un tempo da keniano). Ma c’è una distanza con cui ha ancora un conto aperto.

A Palermo ci sono i campionati regionali. Enzo chiama Tommaso Ticali e gli chiede di iscriversi alla gara dei 1.500. La sera prima prende il treno da Udine e attraversa tutta l’Italia. Come nelle peggiori sceneggiature il treno è in ritardo e quando arriva alla stazione manca appena mezz’ora all’inizio della gara, e tra la stazione e lo Stadio delle Palme c’è di mezzo il micidiale traffico tentacolare della città di Palermo. Ma come nelle peggiori sceneggiature, Enzo arriva allo stadio appena in tempo, si cambia, saluta l’allenatore e vince. Con un tempo di 3’51”. 10 secondi in meno di 4 anni prima, e con tutte e due le scarpe.

Tornerà a Udine da campione regionale, e dopo qualche mese anche il militare finisce. Il ritorno a Vita somiglia alla scena di Nuovo Cinema Paradiso, quando il protagonista del film torna al paesello e ha sul volto un’ombra di barba. Enzo deve decidere cosa fare da grande. E qui il pensiero di dedicarsi a un altro sport, completamente diverso, inizia a farsi reale.

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Il seminario più vicino è a Mazara del Vallo, che è da sempre terra di pescatori e quindi con un suo naturale legame con una religione che proprio fra i pescatori aveva trovato, 2000 anni fa, i suoi primi seguaci. Enzo ci riflette e decide di rispondere a quella che, da circa 2000 anni, continua a chiamarsi vocazione.

In quei primi anni a Mazara il giovane seminarista riesce a conciliare la vocazione dello spirito con quella della strada, misurandosi su distanze sempre più lunghe: da Mazara a Marsala (23 km) o da Mazara a Salemi (29 km). Distanze in cui si lavora più sulla resistenza, sulla durata, e che gli permettono di riflettere, di sperimentare un certo grado di sofferenza sul corpo e, soprattutto, gli permettono di pregare e di stare a tu per tu con se stesso e con la sua fede.

È solo qualche anno dopo, quando arriva a Roma per proseguire gli studi, che Enzo capisce che la corsa non è esattamente la pratica spirituale più amata dai superiori del seminario. Non rimane che andare a correre di nascosto, dal momento che gli piacerebbe partecipare ai campionati mondiali di corsa campestre che quell’anno si tengono proprio in Italia. Così Enzo si sveglia prima dell’alba, mette in una borsa scarpe, pantaloncini e maglietta, e come Superman si cambia in una cabina telefonica lasciando poi la borsa in un bar vicino. Va a correre attorno alle Terme di Caracalla e rientra in seminario per la messa delle 8, tranquillo e pacificato.

Ovviamente viene scoperto. Il Magnifico Rettore in persona gli proibisce di andare a correre. Correre, gli dice, è un atto di narcisismo puro. Per questo lo manda pure dallo psicologo, il quale lo rispedisce dal Magnifico senza avergli trovato nessuna particolare patologia.

Rimane il fatto che correre, nei tardi anni ’90 del XX secolo, non è compatibile con la vocazione al sacerdozio. Fine. Non risultano santi con la passione per la maratona. E queste sono cose per le quali non ci si appella al Papa.

Nel 2006 Enzo viene ordinato sacerdote e diventa ufficialmente don Vincenzo. Arriva il momento di un altro ritorno in Sicilia, prima come aiuto parroco a Barcellona Pozzo di Gotto, poi dal 2010 come parroco a Santa Margherita, un paesino sulla riviera jonica a pochi chilometri da Messina.

È qui da circa due anni quando, mentre visita le famiglie per la tradizionale benedizione natalizia, incrocia un ragazzo che sta uscendo di casa per andare a correre. Si fermano un po’ a parlare. Don Vincenzo impartisce la benedizione, poi torna nel suo appartamento e sale sulla bilancia. Pesa 85 kg. Quando correva ne pesava 68.

Qualche giorno dopo va a comprarsi un paio di Asics. Facciamo che è il regalo di Natale che mi fa Gesù bambino, si dice. La mattina dopo, prima che sorga il sole, di nascosto da tutti esce e va a correre. Le gambe sono un po’ pesanti, il cuore inizia a pompare sempre più veloce. Qualche anziano che si è svegliato presto per andare in campagna lo incrocia e lo riconosce. Tempo due giorni nel paese la voce si è già sparsa: il nuovo parroco, don Vincenzo, si alza la mattina all’alba e va a correre.

Dopo due mesi don Vincenzo decide di partecipare alla prima corsa della sua nuova vita: la Roma-Ostia, la mezza maratona più partecipata d’Italia. Subito dopo il via attraversa le stesse strade sulle quali aveva corso di nascosto, sempre all’alba, ai tempi del seminario. Adesso però è circondato da 20 mila persone che corrono assieme a lui. Conclude la corsa in un’ora e 15 minuti. Un tempo che un runner allenato di livello medio-alto si sogna. Le gambe ci sono ancora, il fiato pure. Compatibilmente con gli impegni di parroco e con l’insegnamento (è docente di dottrina della chiesa al prestigioso collegio Ignatianum di Messina), Vincenzo inizia ad allenarsi e a partecipare a piccole gare, spesso organizzate per solidarietà.

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Al mattino inizia a puntare la sveglia alle 6 e capisce che le preghiere può tornare a dirle correndo, sottovoce, facendo le ripetute.

Al rientro dalla Roma-Ostia si rimette in contatto col suo vecchio allenatore, quel Tommaso Ticali che nel frattempo ha portato un’altra siciliana come Anna Incerti ai vertici del podismo italiano ed europeo. Su suo consiglio si associa alla società Podistica Messina e decide di iscriversi alla sua prima maratona, ovviamente a Messina, la città da cui ormai si sente adottato.

Qui nel frattempo è diventato vescovo monsignor La Piana, lo stesso che lo ha ordinato sacerdote a Mazara, e che conosce bene il giovane Vincenzo e che, grazie a Dio (è proprio il caso di dirlo), nulla ha da ridire sulla passione del parroco di Santa Margherita per la corsa.

I ragazzini che incrocia al campo d’atletica di Messina ormai lo riconoscono, così come accade a quelli che lo vedono sfrecciare sul lungomare di Santa Margherita Marina, anche se lui preferisce continuare ad andare a correre ancora un po’ di nascosto, al mattino prestissimo, perché in un paesino della Sicilia l’idea di un prete che corre rimane qualcosa di incomprensibile.

Ed eccoci a quella domenica sera di fine febbraio, poche ore dopo l’annullamento della maratona di Messina. Vincenzo ci ha pensato: non si può rimandare di un anno. Chiama Tomaso Ticali e gli fa una domanda secca: qual è la prossima maratona che si corre in Italia? Treviso, 1258 km più a nord. Basta aggiungerne 42, pensa, e fan 1300, cifra tonda.

Una settimana dopo don Vincenzo è sulla linea di partenza, subito dietro i top runner. Non gli sembra vero. Decide di fare una prima parte prudente in attesa del fatidico muro del 30° chilometro. Quando ci arriva sente che le gambe volano e allora, pensa, non rimane che accelerare. Conclude al quinto posto assoluto e un tempo di 2h29’11”. Tagliato il traguardo bacia per terra e poi, tranquillo com’era arrivato, può tornarsene in riva allo Stretto.

Don Vincenzo adesso sogna una maratona europea oppure, perché no, un’ultramaratona. Intanto continua ad allenarsi, mentre per i ragazzini di Messina è già una specie di mito. Ma soprattutto è sereno, non ha rimpianti per quei 17 anni passati senza correre, e non è pentito per aver obbedito ai suoi superiori. Solo, dice, oggi farebbe sua la celebre frase del cardinale John Henry Newman, quando scrisse che se doveva fare un brindisi al termine di un pranzo, certamente avrebbe brindato al Papa, ma al primo posto avrebbe messo la coscienza. Prima la coscienza e poi il Papa.

La corsa è lo sport più povero che ci sia, spiega Vincenzo in maniera semplice, uno sport che può solo arricchirti spiritualmente. La corsa è un modo per insegnare ai ragazzi valori come il sacrificio, l’umiltà e la solidarietà. Con la corsa, aggiunge ridendo, si impara anche a non prendere brutte strade.

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Dopo che don Vincenzo ci ha raccontato la sua storia abbiamo trovato questa preghiera. La recitava un prete di Linz, in Austria, il giorno prima della maratona, perché in Austria i maratoneti il giorno prima della corsa hanno la loro messa. La preghiera recita così così: “Possa la strada riunirci insieme, e il vento soffiare alle nostre spalle. Benefica cada la pioggia sui nostri campi, e caldo splenda il sole sul tuo volto. Possa la strada che tu percorri portarti sempre al traguardo, senza affanni e nelle mani di Dio”.

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