La corsa più pazza del mondo

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A New York c’è un posto che si chiama Jamaica, ed è difficile che l’abbiate mai visto da turisti. È nel Queens, ma non ha granché in comune con gli altri quartieri del Queens. Ci sono i soliti viali alberati, che si chiamano con un numero (tipo 164th Place), le villette a schiera da una parte e i viali dall’altra.

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Una grande arteria cittadina, la Grand Central Parkway, sfreccia lungo l’immobilità apparente di Jamaica. È una sorta di superstrada, una statale che attraversa serpeggiando tutto il Queens e fornisce al ceto medio del quartiere un modo relativamente facile e veloce di raggiungere in auto gli uffici nei grattacieli di Manhattan. O meglio, di Harlem, perché all’isola di Manhattan non ci arriva: si ferma sulla Randall’s Island, nell’East River, per poi girare verso il Bronx (anche perché nessuno andrebbe in ufficio a Manhattan in macchina).

Immaginate di partire da 164th Place, Jamaica, Queens, NYC, e di camminare in direzione sud verso l’84th Avenue. All’incrocio troverete un immenso playground, con l’erba ben tagliata, lo scivolo e i cavalli a molla per i bimbi. Ci sono anche due porte da calcio, poste a distanza di circa un campo da calcio e mezzo l’una dall’altra (si beh…adesso non fate i puntigliosi). E ancora un’area per il baseball e un sacco di canestri.

Immaginate di aver già girato a sinistra e imboccato 84th Avenue, e di percorrerne un tratto. Di lì a poco si potrà scorgere la pista di atletica del playground, che non potevamo vedere venendo dalla 164th Place. Però lasciate perdere la pista e continuate a guardare la strada. Si arriva così a un altro incrocio: la 168th Street taglia perpendicolarmente 84th Avenue, che, se a si imbocca nuovamente a sinistra in direzione Nord, arriva a costeggiare il Thomas Alva Edison Vocational High School. Attenzione al false friend: non è una scuola religiosa, è un istituto professionale. In America si suppone che se uno, dopo i primi cicli di istruzione, ha una vocazione precisa, come “voglio fare il tornitore”, “voglio fare l’elettricista”, allora è il caso che si iscriva ad una scuola così. Altrimenti, per tutti gli aspiranti avvocati, pubblicitari, executive producer e business analyst che, ogni mattina, dal Queens, andranno a rimpolpare le fila di quelli che lavorano in una Avenue dalla Prima alla Quarantesima (quelle un po’ più chic), a Jamaica c’è la St. Johns University School of Law oppure, nel prossimo quartiere di Flushing, l’ottimo Queens College, afferente al consorzio universitario pubblico della città.

Ma torniamo sulle strade. Siamo arrivati all’incrocio con la Grand Central Parkway. la superiamo e dopo siamo nuovamente dove siamo partiti: 164th Place. Si tratta di circa mezzo miglio, 880 metri: una passeggiata di qualche decina di minuti.

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Il playground, la pista di atletica, l’Istituto Professionale, l’autostrada, di nuovo il playground…

Ora ripetiamo il giro. Di corsa. Per 18 ore al giorno, fino a un massimo di 52 giorni.

Il playground, con le porte da calcio lontanissime come quelle di Holly e Benji, la pista di atletica, l’Istituto Professionale, l’autostrada, di nuovo il playground, e poi l’Istituto Professionale, e poi su fino alla statale, e come sarebbe bello prendere un taxi fino a Central Park ma c’è da fermarsi e girare a sinistra all’altezza del playground, e via con le porte da calcio, e i canestri, ed ecco la pista e poi la scuola, e poi l’autostrada che se dovessero chiuderla per la corsa chissà come la prenderebbero qui, se anche gli automobilisti del Queens si incazzano come quelli del Gallaratese. Ma ecco il playground, e giù fino a vedere la pista e poi la scuola…per 18 ore di seguito, ogni giorno. per 52 giorni filati.

Si chiama 3100 Mile Self-Transcendence Race, si corre ogni anno dal mese di giugno in avanti ed è l’ultramaratona più lunga (e più pazza) del mondo. Vince chi percorre tutte le 3100 miglia nel numero minore di giorni.

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qui siamo al 36° giorno. c’è ancora tempo.

Spero di essermi spiegato bene, ma ve lo ripeto, che magari non avete afferrato: la corsa di resistenza più lunga che l’uomo conosca si corre per 18 ore ogni giorno per un massimo di quasi due mesi attorno allo stesso isolato: quattro incroci, tre viali e una superstrada, una grande area verde ed un liceo alla periferia di New York. con l’obiettivo di arrivare prima degli altri a varcare il traguardo delle 3100 miglia, che corrispondono a 4988,96 km.

Scordatevi i trail, le colline, le montagne, la valle della morte, i ristori con la grappa e il risotto delle tapasciate, i borghi medievali e tutto quanto: la maratona di New York, quella vera, quella hardcore, si corre in un posto che al confronto Cernusco sul Naviglio è patrimonio dell’UNESCO.

State per caso pensando che correre circa due maratone e mezzo al giorno per 52 giorni intorno allo stesso isolato richieda qualità di resistenza fisica e psicologica che non appartengono all’esperienza umana? Avete fatto centro!

3100 Miles Self-Transcendence Marathon è fatta apposta per questo. Del resto è il nome stesso a informarci. Questa particolarissima ultramaratona serve a una cosa sola: andare oltre se stessi. Sri Chinmoy, il Maestro spirituale indiano che l’ha inventata, amava riferirsi all’Assoluto, alla Realtà Ultima, a Dio (se preferite), chiamandolo appunto “The Beyond”, l’Oltre. Ha creato la 3100 Miles per questo: aspirare a una realtà che è al di là dell’umana esperienza.

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Nelle sue intenzioni, correre per così tanto tempo in un luogo anonimo, tutto sommato grigio, noioso, sarebbe servito a rivolgere l’attenzione alla vita interiore, alla sfida con sé stessi, al cammino spirituale. E come ogni buon Maestro, Chinmoy badava molto alle analogie: non è semplice raggiungere il Divino e illuminarsi, è una strada lunga e faticosa, piena di difficoltà e, a conti fatti, potrebbe sembrare davvero poco divertente. Astinenze, preghiera e rigore morale. Eppure, chi arriva trova la sorgente infinita della gioia.

Correre la 3100 Miles è un’allegoria dell’iniziazione: si fatica molto, si rinuncia a tante cose e ci sembra di divertirci veramente poco. In realtà, non si tratta di una corsa, ma di una esperienza, più vicina alla meditazione o alla pratica dello yoga.

Volete provare? Non è semplice: c’è da dimostrare di aver portato a termine un buon numero di ultramaratone e, soprattutto, bisogna avere un’altra salutare abitudine: meditare. Secondo Sri Chinmoy, infatti, lo sport di resistenza e la meditazione sono due vie complementari per raggiungere l’esperienza del divino.

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Ma chi era Chinmoy Kumar Ghose, dai suoi discepoli ed estimatori chiamato col titolo onorifico di Sri, tipico dei leader spirituali in India (suonerebbe un po’ Don Chinmoy)? Uno dei molti guru asiatici che hanno scelto di predicare in Occidente. Mohammed Ali e Carlos Santana sono stati suoi discepoli. Attorno alla sua figura si addensano le luci e le ombre che sembrano riguardare ogni guru indiano in missione ad Ovest del Gange. A differenza dello yogi Maharishi (sì, il santone dei Beatles) o di Sai Baba, Chinmoy amava correre: 22 maratone e 5 ultra portate a termine. Poi un infortunio al ginocchio e una nuova passione: il sollevamento pesi.

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“Sri Chinmoy è nato nel 1931 in un paese del Bengala, o Bangladesh, da una famiglia molto spirituale, e amava definirsi un cercatore di pace – ci racconta Giovanni Amantea, della sezione italiana dello Sri Chinmoy Marathon Team, che ha davvero conosciuto il maestro – Ha vissuto per circa 20 anni in un ashram, una comunità spiritual, praticando la meditazione per molte ore al giorno ma senza mai sottovalutare l’importanza di mantenere il corpo in forma. Faceva questo attraverso l’atletica: dal salto con l’asta, al salto in alto, corsa sui 100m…tanto che per diversi anni fu il miglior decatleta dell’ashram. Nel 1964 – prosegue Giovanni – una “chiamata interiore” lo portò a trasferirsi in occidente, e scelse New York per diffondere il suo insegnamento e aiutare tutte le persone che cercavano qualcosa di più elevato nella vita senza doversi trasferire sulla cima di una montagna dimenticando il mondo.

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Nel 1977 il Maestro fonda lo Sri Chinmoy Marathon Team, ad oggi uno dei gruppi podistici più grandi del pianeta. Nel 1985 Chinmoy e il suo Team organizzano la prima ultramaratona di mille miglia (circa 1610 Km). Nel 1987 le gare diventano tre: una di 700, una di 1000 e l’altra di 1300 miglia. Nasce l’Ultra Trio di Sri Chinmoy. I fondisti invitati, la maggior parte dei quali segue da vicino gli insegnamenti del maestro, scelgono liberamente a quale delle tre partecipare ogni anno. Nel 1996 alcuni dei runner-discepoli avevano vinto ciascuna delle tre gare più volte, e il Maestro pensò di mettere alla prova la loro condizione atletica e spirituale portando la lunghezza della corsa a 2700 miglia. Nel 1997 le miglia diventarono 3100 (ricordiamolo, 4988 km e qualche metro).

Da allora lo SCMT è cresciuto fino a essere presente il 28 nazioni (tra cui l’Italia) e distribuito su tutti e cinque i continenti. Il Team organizza annualmente un buon numero di gare, tutte contraddistinte dal nome Self-Transcendence, ma che differiscono per la lunghezza: 2 miglia, maratona, triathlon, 47 miglia, 6 o 10 giorni, e poi la 3100 Miles. Quest’anno la corsa è stata vinta per l’ottava volta dal finlandese Asprihanal Pekka Aalto nella categoria uomini (40 giorni 09h06’21”) e per le donne (per la terza volta consecutiva) dall’austriaca Surasa Mairer (49 giorni 07h52’24”).

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Asprihanal Pekka Aalto

Anche lo Sri Chinmoy Marathon Team italiano organizza periodicamente delle gare Self-Transcendence da sei o ventiquattro ore. Il prossimo 26 agosto, a New York, si correrà la 47 Miles (75km) che ogni anno il Marathon Team organizza in onore del suo fondatore. Tra il 12 e il 13 aprile, invece, in membri del Team corrono per 12 ore ininterrotte intorno al solito isolato di Jamaica, Queens, NYC, per commemorare l’arrivo di Chinmoy negli Stati Uniti. “Lo spirito del gruppo consiste nel cercare di trascendere i propri limiti – dice Giovanni – Corriamo per trascendere le nostre precedenti mete, cercando in questo modo di migliorarci di continuo. Sri Chinmoy vedeva nella corsa un ottimo sostituto delle classiche posture yoga, non proprio vicine alla cultura e alle abitudini di noi occidentali, e un modo per praticare la meditazione in modo dinamico”.

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Surasa Mairer

Per Giovanni, o Mahanidhi, nome assunto dopo l’incontro con Sri Chinmoy e dopo aver scelto di seguire il suo sentiero, si è trattato di un cambiamento molto profondo. “Nel 2000 un mio personale percorso interiore mi ha portato ad avvicinarmi alla filosofia di Sri Chinmoy e nel 2001 ho deciso di seguire i suoi insegnamenti. Da qui è stato un attimo entrare in questo flusso, che mi a portato a correre da 0km fino alle ultramaratone. Nelle corse di lunga distanza si riesce a entrare in se stessi e creare una specie di dialogo interiore come solo nelle esperienze di meditazione più profonda. Tutti i runner sanno quanto sia importante l’aspetto mentale per affrontare corse su lunghe distanze, ma non tutti comprendono quanto la meditazione possa aiutare a migliorare questo aspetto. L’insegnamento di Sri Chinmoy, si può riassumere in questo suo aforisma che dice: “L’anima insegna al corpo a non accettare mai nessuna limitazione”. Il contrario di quello che fa la mente, che cerca sempre di limitare le nostre potenzialità. Quindi, se si riesce a correre con un’attitudine meditativa, le barriere auto imposte dalle nostra mente vengono a mancare e si riescono a compiere cose prima impensabili. Le persone che si imbarcano nelle gare di lunga distanza e soprattutto nelle nostre Self Transcendence Races prendono spesso la corsa come un opportunità per crescere non solo in campo fisico ma soprattutto spirituale.

Se volete avvicinarvi alla filosofia di Sri Chinmoy, potete trovare alcuni suoi consigli di allenamento sul sito ufficiale dello Sri Chinmoy Marathon Team internazionale, e qui alcuni tradotti in italiano.

Quanto a Giovanni Amantea Mahanidhi, questa probabilmente è un’altra storia.

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