La versione di Mimma

 

mimma stramilano

Tra le 50 sfumature di gioia che un maratoneta può vivere due sono le più assolute, quelle i cui brividi si porterà probabilmente addosso per tutta la vita. La prima è quella di entrare da vincitore solitario nello stadio della Maratona Olimpica, prima di compiere l’ultimo giro di pista che lo porterà al traguardo. L’altra è arrivare al 40° chilometro della maratona di Boston.

Il primo modo è un privilegio di pochi eroi baciati dal destino e da anni di chilometri e sacrifici. Nomi il cui eco risuona nel tempo come eroi di imprese mitologiche: Dorando Pietri (vincitore non-vincitore a Londra nel 1908), Emil Zatopek che vinse a Hensinki nel 1952 senza aver mai corso una maratona in vita sua (e dopo aver vinto pochi giorni prima l’oro nei 5.000 e nei 10.000), Abebe Bikila che corse a piedi nudi a Roma nel 1960 (e vinse anche 4 anni dopo a Tokyo, ma con le scarpe), e poi i nostri Gelindo Bordin a Seul nel 1988 e Stefano Baldini ad Atene nel 2004. Insomma, per vincere una maratona alle Olimpiadi c’è bisogno di tanto talento, di tanti chilometri e della benevolenza degli dei.

Per arrivare lucidi e felici al 40° chilometro della Maratona di Boston probabilmente anche. Ma quel tipo di gioia, quel tipo di trionfo, può toccarti in sorte anche se non sei venuto fuori dalle pagine dell’Iliade o dell’Enrico V. Quel tipo di gioia e quel tipo di trionfo puoi viverlo anche se sei una donna normale, vivi a Sesto San Giovanni e ti chiami Domenica, detta Mimma.

Domenica è un nome che si usava molto una volta nel sud Italia. C’è che quando uno pronuncia un nome non ci fa caso. Ma se ci si pensa al nome Domenica, il nome del giorno della festa, uno pensa che probabilmente non esiste un nome più bello.

Quando inizia a correre Mimma ha già compiuto 40 anni e come tante donne della sua età fa un lavoro normale e vive in un posto normale che si chiama, appunto, Sesto San Giovanni. In un tempo che sembra appartenere a un’altra era geologica, Sesto era il sinonimo della grigia periferia industriale milanese. Il luogo non luogo cui si tendeva ad associare il peggio di ciò che significava Milano: fabbriche, nebbia, emigrazione, quartieri dormitorio.

 

sesto anni '70

 

Era il tempo in cui Sesto San Giovanni era la Stalingrado d’Italia, sede della Breda, della Falck, della Marelli, della Campari, e il PCI era alle elezioni il primo partito. Oggi, direbbero in America, Sesto si sta gentrificando. Insomma, la gente non si vergogna più di dire che vive a Sesto San Giovanni, aprono locali alla moda, nascono gruppi di teatro d’avanguardia, riverniciano le case, le vecchie fabbriche diventano loft, musei di arte contemporanea, spazi per eventi.

 

Sesto San Giovanni

 

Mi sentivo come se mi mancasse qualcosa di importante da fare nella vita. E allora mi sono messa a correre, racconta Mimma. L’occasione è stata il corso organizzato dalla palestra dov’ero iscritta. Era maggio, e io non avevo niente da perdere se non quei 5 chili che ogni donna a 40 anni si sente addosso come una maledizione, in particolare quando si avvicina l’estate”.

Tre volte alla settimana ci trovavamo col coach alle sette del mattino, prima ancora che aprisse la palestra, e andavamo a correre al parco e tornavamo a cambiarci in palestra. Eravamo un gruppetto di quindici persone e la cosa strana è che io fin dalle prime volte non ho mai sentito il bisogno di fermarmi. Tutti gli altri dopo 10 minuti dovevano fare una pausa, riprendere fiato, far due passi camminando. Io no. Correre mi sembrava la cosa più naturale che ci fosse”.

Con l’arrivo del caldo gli aspiranti runner cominciano uno a uno a mollare. Chi parte per il mare, chi per la montagna, chi, semplicemente, s’è stancato di correre. All’inizio di luglio alle sette del mattino davanti alla palestra rimangono soltanto Mimma e il coach. “Ok mi ha detto, il corso finisce qui. Adesso puoi andare. È stato così che ho cominciato a correre, da sola, una cosa che ho scoperto piacermi molto. Stare coi miei pensieri. A volte mi porto la musica, ma dopo 10 minuti neanche la sento più”.

E’ stato così che Mimma è diventata la Mimma del Parco Nord. Il fatto è che ormai non poteva vivere senza correre, e la sua casa è a soli 300 metri da uno dei più grandi parchi di Milano. Il Parco Nord è un altro di quei particolari che ha trasformato il volto e l’identità di Sesto San Giovanni, un luogo dove la normalità può diventare una cosa bellissima. La corsa allora per Mimma diventa la normalità. Ogni mattina, estate o inverno, col sole o con la pioggia, col caldo o col gelo, Mimma esce e va a correre. Per un’ora. Ogni benedetta mattina, compresa, ovviamente, la domenica. A un certo punto smette anche di frequentare la palestra, dove non trova lo stesso divertimento che trova correndo ogni mattina nel suo bel Parco Nord.

parco nord

 

Dopo due anni arriva un momento storico. Il 22 luglio 2009 Mimma va al Centro commerciale Vulcano a comprarsi un Nike Sportband. “Era un venerdì, ci dice. Mi ricordo ancora adesso. Ho passato la serata a settare tutte le impostazioni. Il giorno dopo avevo il sabato tutto impegnato e ho dovuto aspettare la domenica per provarlo. Non vedevo l’ora. Parto, e il gps e il cronometro partono con me. Faccio il mio giretto e dopo un’ora mi fermo e fermo il fuelband. Il display mostra 11 km”.

Ecco, se si calcola che fra il luglio 2007 e il luglio 2009 Mimma ha corso mediamente anche solo 330 giorni l’anno (e l’arrotondamento è per difetto) Mimma ha corso la bellezza di 7260 km. Più o meno quanto Forrest Gump. Ma senza mai uscire dal Parco Nord. Qualcuno per prenderla in giro comincia a dire che se si cerca bene, al Parco Nord è possibile trovare il solco di Mimma.

Anche se son passati solo pochi anni, quello era ancora il mondo prima di Facebook, racconta Mimma, e le cose io le ho imparate poco a poco parlando con i runner come me che incrociavo al mattino, o leggendo qualche rivista specializzata o seguendo qualche blog. Ad esempio ho smesso di andare a correre tutti i giorni perché se non sei un atleta professionista non fa proprio benissimo”.

Così, Mimma si sente pronta per la sua prima gara e decide di optare per la Stramilano, la mezza maratona della sua città. E per prepararsi comincia ad allungare i percorsi. Il giorno della gara esce di casa presto, prende il metrò e si presenta sulla griglia di partenza. Corre, arriva, fa un ottimo tempo (1.53” e qualcosa) prende la sua medaglia, la borsa con gli indumenti asciutti e se ne torna a casa come se nulla fosse.

Il giorno dopo, rimette le sue Nike e torna ad essere parte dell’arredo mattutino del Parco Nord. “Sì, bella la gara, per carità, mi dice Mimma mentre si sbuccia una mela, poi correre per Milano mi è piaciuto, ma tutta quella gente alla partenza, e i discorsi che senti, e quello che vuole fare il tale tempo, quell’altro che si lamenta della pioggia, quelli che parlano di scarpe. Ecco, questo, ancora adesso, che ho fatto 9 maratone, non riesco ancora a farmelo andar giù. Niente è come correre da soli, coi propri pensieri. O con qualche amico, di cui però conosci bene i tic. Ad esempio con Leonardo, io so che lui fa solo percorsi ad anello. E quando corriamo assieme lui mi fa vedere la mappa e mi dice ecco partiamo da qui facciamo tutto questo giro e torniamo passando di qua. E con le mani fa un grande cerchio. Con Leonardo, solo percorsi ad anello”. I runner son gente strana, a volte.

Ecco, arriva quindi il tempo delle maratone. In 4 anni Mimma ne corre 8, una in primavera e una in autunno. Tre volte Milano, due volte Torino, poi Padova, Firenze nel 2013, e qualcuna che proprio non si ricorda. “Poi a settembre dell’anno scorso parlando con Leo, lui mi dice che potevamo provare a fare una maratona all’Estero, in America. Io lo guardo strano e gli dico scusa ma come facciamo, hai idea di quanto costi? Poi io non parlo l’inglese, non ho mai viaggiato fuori dall’Italia, non ho neanche il passaporto. Ma lui insiste e mi chiede quale sarebbe la maratona dei miei sogni. Beh io non ho dubbi, gli rispondo, la maratona dei sogni può essere una sola, ed è Boston, e ogni maratoneta lo sa“.

E New York, gli chiedo io?

New York va bene per i turisti.

Poi vedi, e mi fa vedere le unghie con lo smalto blu, io amo il giallo e il blu, accostati assieme, così, sono i miei colori e sono anche i colori di Boston”. E mostra orgogliosa il braccialetto giallo e blu che è uno dei souvenir che ha portato in Italia.

A differenza delle altre World Marathons Majors (New York, Chicago, Londra, Berlino cui è stata aggiunta recentemente Tokyo) la Maratona di Boston prevede una procedura particolare per l’iscrizione. È possibile infatti accedervi direttamente soltanto se si possiede un tempo di qualifica particolarmente basso. Il che significa che una donna della fascia d’età di Mimma, fra i 45 e i 49 anni, deve aver corso nell’ultimo anno la distanza dei 42.185 mt in un tempo inferiore alle 3 ore e 55 minuti. Mimma ha all’attivo un bel 3h49’ e qualcosa registrato a Firenze a novembre 2013, quindi la sua richiesta di iscrizione viene accolta.

La sera in cui m’è arrivata la lettera di conferma, che da Boston non ti mandano una mail ti mandano una lettera vera, di quelle che non si spediscono più, quella sera guardavo il percorso della maratona. Parte da un puntino, un paesino nel mezzo della campagna, poi percorre quelle che mi sembravano essere delle strade provinciali attraverso tutta una serie di altri paesi e paesini, su e giù per le colline, per poi arrivare fino al centro della città. Ci penso un po’ e poi prendo il telefono e chiamo Leonardo. Leo, gli dico, hai visto il percorso? Non è un anello, come farai?

Ho visto, risponde lui, mi sto abituando all’idea.

Abituarsi, o sperare di abituarsi, all’idea di dover correre una World Marathon Major è forse la cosa più difficile che ci sia per un maratoneta. Si entra come in una dimensione parallela. Sai che dovrai fare un viaggio. E non c’entrano l’aereo, il fuso orario o il fatto di dover andare in un paese straniero. Al fuso orario ti abitui, una lingua la puoi imparare, ma l’idea di correre a Boston non diventa reale fino al giorno in cui accade.

Un po’ per scaramanzia, un po’ per una sua naturale riservatezza, Mimma non ama farsi pubblicità e della preparazione per Boston, che lei fa iniziare ufficialmente il 9 gennaio 2015, ne parla poco. È su Facebook però (dove nel frattempo ormai è diventata una vera e propria celebrity, come direbbero, appunto, gli americani) che la voce inizia a spargersi: la Mimma del Parco Nord va a Boston. E tutti coloro che la incrociano iniziano a taggarla e a taggare le sue corse con l’inevitabile #roadtoboston.

Poi arriva il giorno della partenza. Mimma ci racconta dell’aereo più enorme che avesse mai visto, di Boston che poi sembra una città europea, del Marathon Expo, dell’organizzazione perfetta, delle impressionanti misure di sicurezza, delle prove della colazione fatte assieme a Leo, della necessità, accettata a denti stretti, di dover fare la corsetta assieme al gruppo del Tour Operator cui si è dovuta aggregare.

A Boston si corre il lunedì, per l’esattezza il terzo lunedì di aprile. Sono passati solo due anni dall’attentato che uccise tre persone (fra cui un bambino di 8 anni che aspettava il papà all’arrivo) e fece letteralmente a pezzi decine e decine di persone. Molti dei presenti, sia atleti che pubblico, quel giorno persero gambe e braccia.

La bomba era stata collocata a poche centinaia di metri dalla Finish Line. Un posto affollato di gente. L’esplosione avvenne alle 14,49, quando il cronometro segnava 4 ore 9 minuti e 43 secondi, questo significa che stavano arrivando i runner normali, i più lenti, i meno giovani, le donne. È anche per questo che le misure di sicurezza, in questo 20 aprile 2015, sono impressionanti. Fa freddo e piove. 36 mila persone al mattino si immettono nelle griglie. Come in tutte le grandi maratone le partenze sono scaglionate in ondate successive ogni 15 minuti e se sei in fondo ti tocca aspettare. Così mentre i primi partono attorno alle 9 capita che se sei indietro ti toccherà attendere al freddo e sotto l’acqua anche un’ora e mezza.

Mimma, che ha il pettorale blu e quindi potrebbe mettersi in una griglia centrale, vuole partire assieme a Leo cui invece hanno assegnato un pettorale giallo, un po’ più indietro. La legge non scritta dei maratoneti è sempre quella e Mimma e Leo, anche se non ne han bisogno, se la ripetono: si parte assieme poi ognuno trova il suo passo. Mimma sa bene, come tutti coloro che hanno alle spalle un paio di queste corse, che la maratona rimane un’avventura solitaria, anche in mezzo a 36 mila persone. E così, coperti di tute e vecchi maglioni il gruppetto degli italiani aspetta, sotto la pioggia col termometro che segna 8 gradi, e il vento dell’oceano che sferza i maratoneti che per proteggersi dalle raffiche si stringono l’uno sull’altro, come quegli immensi branchi di pinguini sulle coste del Polo Sud.

Fino a che arriva il momento.

Il momento in cui le tute da imbianchino e le giacche e i vecchi maglioni volano verso il cielo e i volontari rapidissimi li raccolgono lasciando nuovamente libera la strada per la wave successiva. Dopo mesi di preparazione, attesa, immaginazione, timori, i primi metri di una maratona conservano sempre lo stesso identico senso di irrealtà. Mimma non ha mai smesso, negli ultimi tre giorni di chiedersi cosa ci fa a Boston. Eppure è lì, sta accadendo, il suo corpo sta iniziando a riscaldarsi e scopre fin da subito che non è come Milano, non è come Torino: correre a Boston significa sfilare attraverso 42 chilometri di esseri umani, attraverso una ininterrotta sequenza di volti e di mani, all’interno di un luminoso paesaggio di occhi, sorrisi incitamenti in una lingua per lei sconosciuta.

 

2015_bostonmarathon_coursemap

 

Il maratoneta è solo e non lo è. Ogni maratoneta corre con se stesso, spesso contro se stesso. Durante una maratona gli altri runner attorno a lui sono presenze evanescenti, ombre, fantasmi. L’unica eccezione è il pubblico.

Il pubblico è l’integratore, il miglior integratore possibile, racconta Mimma. Io ho corso la maratona con le mani aperte a dare il cinque in continuazione. E quel pubblico era lì per noi. Nonostante il freddo, la pioggia, il vento gelido, un milione di persone che è rimasto lì fermo dopo il passaggio dei top runner per ore. Vecchi, donne, bambini, migliaia e migliaia di bambini. Una quantità impressionante di bambini e ragazzi. Ricordo verso metà gara una bambina che tendeva la mano per dare il cinque e il tipo davanti a me, forse un po’ troppo preso dalla fatica l’ha ignorata, allora ho deviato e mi ci sono avvicinata e le ho dato il cinque che aspettava. Il suo sorriso ha come squarciato le nuvole. Tutto, tutto così. Paese dopo paese, sui saliscendi e sui grandi viali, persone, persone, persone ad applaudire e darci le mani. Io avevo la maglietta della Stramilano e quindi ogni tanto sentivo gridare Milano, Italia”.

 

boston people 3

 

Il muro del 30° chilometro non è che un altro muro di mani e sorrisi, un’orchestra che suonava da qualche parte. E poi il 40° chilometro.

Dopo 3 ore e mezza di corsa, pioggia e sudore, di mani e di bambini, di vecchi e di tutto non ce l’ho fatta più. Alla fine di un viale lunghissimo, si attraversa una piazza, un’altra banda che suona, ho iniziato a piangere. Gli ultimi 2 chilometri li ho visti attraverso le lacrime. Cosa posso dire di più?

Il flusso dei maratoneti arriva, onda dopo onda, come un fiume. 36 mila vite ognuna giunta fin lì con una storia. Poi la festa, arriva anche Leo che ha lottato gli ultimi 10 km con un dolore a un polpaccio. La gioia è sentirsi parte di questa grande onda. Mimma si commuove ancora mentre mi racconta tutto questo, e anche lei sa che accadrà per sempre.

Il giorno dopo la maratona di Boston, il 21 aprile, al mattino presto, Mimma indossa il suo paio di pantaloncini di riserva, la maglietta della Maratona, ovviamente gialla e blu, le sue fedeli Nike Pegasus. Ha finalmente smesso di piovere, il sole sta per sorgere e si sente l’odore del mare.

Prima di tornare in Italia c’è tempo per far girare le gambe appena appena in una corsetta solitaria. Giusto a due passi dall’albergo c’è un piccolo parco che aspetta solo di essere esplorato.