Nostra Signora delle Maratone

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“Ero sempre stata una ragazza e poi una donna molto attiva. Magra, sportiva. Da giovane giocavo a pallacanestro. Poi, sai la vita – già, la vita – le gravidanze, una dietro l’altra, i bambini, i problemi. E ti ritrovi a superare i 40 anni e quasi non ti riconosci e ti chiedi dov’è finita quella ragazza? Ma come? Stai così bene, diceva mia madre, che come tutte le mamme del sud identifica la salute e la bellezza con la rotondità.

È stato così che ho cominciato a correre, io che la corsa l’ho sempre odiata, soprattutto quando l’allenatore ci obbligava a fare quel maledetto riscaldamento prima delle partite”.

Mariella è un fiume in piena. Quando la conosci non puoi non restare travolto dalla sua vitalità e dopo che ti racconta la sua storia capisci molte cose, e se non hai mai corso una maratona probabilmente ti verrà voglia di iscriverti. Quindi se state iniziando a leggere questa storia e non siete dei runner, ecco, siete avvisati.

Mariella vive a Barletta, in Puglia, la città di Pietro Mennea, e ogni mattina va alla stazione e si fa un’ora e mezza di treno per aprire il negozio di prodotti di artigianato che gestisce a Polignano a Mare, il bellissimo borgo famoso per essere il luogo dove è nato il grande Domenico Modugno.

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Chiunque sia passato almeno una volta d’estate da Polignano a Mare ha in mente quella luce particolare che si riflette sulle facciate delle case, ha in mente la quiete del pomeriggio fra le stradine, ma anche il calore delle persone o il risvegliarsi della vita la sera, fino a tarda notte: quell’idea di Mediterraneo che unisce Paesi e lingue diverse, ma che trova in Puglia, forse, la sua sintesi perfetta: l’uomo che ha cantato il blu dipinto di blu poteva forse nascere da un’altra parte?

“Perché la corsa? Era l’unica cosa che potevo fare. Mi svegliavo presto al mattino, quando tutti dormivano, e alle 5,30 ero già sulla litoranea (quella strada che si chiama, indovinate un po’, Lungomare Pietro Mennea). Ho iniziato così, camminando e correndo per 5 km. Correvo contando 5 palme e camminavo contandone altre 5. Il secondo giorno 6 palme di corsa e 4 camminando, il terzo 7 di corsa e così via. Il bello della corsa è che se sei costante inizia a piacerti e i risultati poi li si vede subito: dopo un mese già avevo i vestiti che iniziavano a starmi larghi”.

Insomma dalle palme sulla litoranea di Barletta alla prima gara il passo è breve. Mariella la fa a Manfredonia, sul Gargano, dove quell’estate si trova in vacanza. “Una gara dura, con molte salite e io le mie uniche salite le avevo fatte correndo lungo la rampa di un parcheggio. Conclusione: arrivo terza assoluta! La corsa successiva che ho fatto è stata la mezza maratona di Barletta, qualche mese dopo. Era la prima volta che correvo su quella distanza. Mi ricordo ancora adesso quel 18° km e di come mi sentissi distrutta, non ce la facevo più. Poi mi volto e vedo un signore anziano, avrà avuto 80 anni, che arrancava dietro di me. Non posso fermarmi, mi dico, devo farlo per lui. Ecco, credo sia iniziata così. Forse è dal quel giorno che sono diventata una pacer”.

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I pacer o pacemakers sono quei podisti esperti, spesso messi a disposizione dagli organizzatori delle gare, che hanno il compito, difficile e delicato, di correre la tale corsa entro un certo tempo portando al traguardo quei runner che hanno deciso di seguirli per centrare il loro obiettivo cronometrico. Così, in tantissimi alla partenza di una maratona si affiancano, o si metton dietro, ai “loro” pacer: ci sono quelli delle 3 ore, quelli delle 3.15, quelli delle 3.30 e così via fino ai pacer delle 5 ore, come Mariella appunto. Tutti col loro palloncino di colore diverso e il tempo (ad esempio 5h.00) scritto bene in grande col pennarello.

“Fare il pacer delle 5 ore significa correre nelle retrovie, ed è un’altra corsa, un’altra esperienza, rispetto a quelli che corrono una maratona in 3 ore o in 3 ore e mezza, e che magari non alzano mai la testa dalla strada, o non si accorgono di quello che succede attorno a loro. Significa correre accanto a persone che hanno delle motivazioni speciali per correre la sua prima maratona: il papà cui è appena nato il primo figlio, la donna che ha fatto l’ultima seduta di chemioterapia”.

Ma torniamo a quella prima mezza maratona. Dal giorno in cui Mariella diventa una runner doc. Ovviamente, uno pensa, è l’inizio di una sequenza di gare che si susseguono ininterrottamente. E invece no, perché mentre Mariella è sul pullman che porta i runner della società Barletta Sportiva alla Roma-Ostia e distribuisce allegramente i biscotti fatti la sera prima, il mezzo fa una frenata improvvisa, lei cade, il vassoio va per aria e la sua caviglia fa crac: frattura scomposta. Arrivata al policlinico di Roma e i medici la vogliono ingessare. Mariella parla al telefono col suo ortopedico di Barletta: se ti ingessano, le dice, ti puoi scordare la corsa per sempre.

Mariella allora torna in Puglia dove le applicano placche e bulloni con una diagnosi chiara: per un po’ le scarpe è meglio che le appendi al chiodo.

Mariella inizia a fare fisioterapia. Fa esercizi tutti i giorni, ogni mattina va a camminare sulla sabbia. A luglio, di nascosto dal medico, si iscrive alla corsa che si fa dentro la più grande salina d Europa, a Margherita di Savoia.

“Quella coppa ce l’ho ancora come centrotavola. Il giorno dopo decido di iscrivermi alla maratona di New York, ovviamente sempre di nascosto dal mio ortopedico: la faccio in 4:02.

Quando torno in Italia mi prenoto per la visita e mi presento con la medaglia al collo. Lui mi dice che sono pazza. Però io da allora corro sempre con l’orecchio alla caviglia, ascolto il mio corpo, non credo di essere pazza”.

“L’anno successivo torno a Roma, ma questa volta per fare la Maratona. Nel viaggio in pullman non mi alzo neppure una volta.  Arrivo sana e salva alla partenza, e anche all’arrivo. Una maratona all’anno, che cosa meravigliosa, penso. Fino a quando non mi parlano della 100 km del Passatore e per allenarsi per una corsa di 100 km capisco che c’è un solo modo: correre tanto, possibilmente fare tante maratone. È iniziata così, è così che sono diventata la pacer ufficiale delle 5 ore, per colpa del Passatore”.

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Già il Passatore. Quante volte ci è capitato di raccontare questa esperienza (ne abbiamo parlato qui, qui e qui).

“Quest’anno l’ho fatta per il terzo anno di seguito. Faceva un caldo pauroso e al 15° km sento i sintomi di una cistite. Non ne avevo mai sofferto, ma avverto il bisogno di fare pipì in continuazione e capisco che il problema è quello. Arrivo a Borgo San Lorenzo, disperata, e decido di uscire dal percorso per andare a cercare una farmacia. Giro tutto il paese e alla fine la trovo, entro, sudata e trafelata, e spiego al farmacista il mio problema. Non ho un soldo, gli dico, le faccio un bonifico appena torno a casa, ma la prego, mi aiuti, io devo arrivare a Faenza.

Quello non dice una parola e mi fa sedere. Poi mi dà una medicina e mi dice che devo trattenerla mezz’ora in bocca. Poi mi dà un antidolorifico. Io guardo l’orologio, ma comincio a rilassarmi e a sentirmi meglio. La gente che entra mi vede lì, col mio pettorale. Poi finalmente posso ripartire, ringrazio il farmacista di Borgo San Lorenzo, metto in tasca il bigliettino col suo IBAN e torno sul percorso. Lo innaffio in continuazione per tutta la notte, ma almeno non sento più dolore. All’arrivo, dopo 15 ore di corsa, il mio contachilometri segna 103 km. I 3 in più sono quelli del giro di Borgo San Lorenzo. Due settimane dopo per sciogliere la tensione accumulata quella notte sono andata a correre la Maratona del Gargano”.

Correre la maratona in 5 ore significa anche raccogliere per strada quelli che hanno sbagliato. Quelli che volevano farla in 3 ore e mezza o in 4 ore e al 38° km sono scoppiati, che si trascinano verso il traguardo sconsolati, a volte camminando perché la testa ormai rifiuta qualunque idea di corsa, e sono lì lì per mollare.

“Allora noi pacer li invitiamo a non fermarsi, a unirsi a noi, a riprendere il passo, anche se lentamente. A volte quando c’è qualcuno che vuole mollare mi trovo a spronare in maniera forte, sento che devo una scossa. Noi invitiamo sempre chi corre con noi a fermarsi a tutti i ristori, a non saltarne nemmeno uno, anche se non si ha sete, anche se non si ha fame. Speso non lo si fa per guadagnare quei 30 secondi che poi si pagano tutti negli ultimi km. Io comunque corro sempre con una bottiglietta d’acqua in mano, ormai è un’abitudine, perché so che c’è sempre qualcuno che può averne bisogno, e anche solo un sorso d’acqua in certi momenti può essere preziosissimo”.

“Quante volte ci capita di perdere qualcuno. Al 40° ho perso un ragazzo qualche mese fa, all’improvviso. Un’altra volta uno ci ha seguiti per tutto il tempo, senza dire una parola, regolarmente, non ha voluto bere nulla all’ultimo ristoro. Al 41° km si è buttato a terra e ha detto basta. Non c’è stato verso, il cervello aveva staccato completamente.

Perché stare 5 ore sulle gambe significa arrivare stremati, molto più stremati di chi ci impiega 3 ore o 3 ore e mezza. Un’altra volta, è stato a Torino, al 38° km credo, un uomo mi dice, basta, non ce la faccio più, mi fermo. Allora io gli ho preso la mano. Chiudi gli occhi, gli ho detto, sta tranquillo ti porto io. Siamo arrivati così. Si è iscritto alla nostra società di Barletta. Lui, di Torino, pensa”.

“A Roma a marzo del 2015 corro assieme a una mia amica di Barletta, Lucrezia. È reduce da una lunga serie di sedute di chemio per sconfiggere un tumore al seno. I medici le avevano dato l’ok qualche settimana prima. Partiamo e dopo qualche km la vedo già affaticata. Comincia a venirmi qualche dubbio: Lucrezia, le chiedo, ma tu quando hai fatto l’ultimo lungo? Lei esita. A novembre ho fatto l’ultima mezza. A novembre? Una mezza? Che impresa quel giorno. Corriamo e camminiamo. Per lunghi tratti la devo letteralmente trascinare. Il tempo poi è crudele: piove in continuazione, le viene da piangere, ma andiamo avanti. Al 30° km si ferma per farsi fare dei massaggi. Dai Lucrezia, le dico, ripartiamo, vedi, ha spesso di piovere. All’ultimo km vediamo quel tunnel che porta all’arrivo, Lucrezia riprende a correre, sembra non sentire più il peso del suo corpo. Arriviamo così, mano nella mano: in 6 ore e 15 minuti. Ci sono medaglie che hanno un valore diverso”.

“Come quando, sempre a Roma, l’anno prima, corriamo a un anno esatto dalla morte di Pietro Mennea. Facciamo una squadra di 12 donne: ognuna di noi ha stampata, enorme, sulla maglia, sia davanti che dietro, una lettera. Le dodici lettere compongono la scritta PIETRO MENNEA. Significa che dobbiamo correre per tutta la maratona affiancate e che nessuna di noi deve cedere né alla stanchezza né alla presunzione di voler andare più forte degli altri. Corriamo addirittura con una maglia sopra l’altra. La regola che ci siamo date è che se qualcuna di noi a un certo punto dovesse non farcela avrebbe ceduto la maglia con la sua lettera a un altro maratoneta. Al nostro passaggio ci fotografa chiunque, letteralmente. Sono tantissimi i maratoneti che corrono assieme a noi. Uno ci urla: “E quando mai mi ricapita di correre dietro a Pietro Mennea”!”

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“E poi ci sono le maratone in cui facciamo gli spingitori, le corse coi disabili, almeno due l’anno: a quella di Rimini dove sono 3 anni che corriamo con Fabrizio, un appuntamento fisso ormai e lo stesso a Brescia, coi Podisti per Caso, con Alessandro. Per correre una maratona con un disabile in carrozzella ci vuole un’organizzazione scientifica. Considera che ogni disabile ha bisogno di almeno 10 o 12 persone: tra chi si alterna a spingere, chi sta davanti, chi di lato. Se alla partenza ci sono 7 o 8 disabili significa una macchina di un centinaio di volontari”.

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“Ogni medaglia che mi porto a casa ha sempre un nome, di chi mi dà la motivazione del perché è lì a correre una cosa così devastante come una maratona, o di chi durante la corsa chi mi racconta la sua storia.  E la mia collezione di pettorali è una collezione di ricordi. A casa mia, in particolare nella mia camera, ho tolto tutti i quadri e ho appeso al muro i pettorali. E quando vado a dormire e magari una qualche preoccupazione mi assale mi guardo attorno e mi dico, Mariella guarda quello che sei riuscita a fare, supererai anche questa. Chiudo gli occhi ed è come se viaggiassi. Quelli sono i miei quadri, tutti fatti da me”.

Fino a oggi Mariella ha corso 50 maratone, più o meno 18 all’anno, tre edizioni della 100 km del Passatore, più una serie innumerevole di altre corse, fra ultramaratone e mezze maratone.

Se volete correre una Maratona nei prossimi mesi questo il calendario di Mariella:

  • 2 ottobre: Maratona di Torino
  • 9 ottobre: Gargano Running Week
  • 23 ottobre: Maratona di Venezia
  • 6 novembre: Maratona di New York
  • 13 novembre: Maratona di Salerno
  • 20 novembre: Maratona di Valencia
  • 27 novembre: Maratona di Firenze (questa la fa per conto suo)
  • 18 dicembre: Maratona delle Cattedrali (Barletta)

arrivo bianco e nero (ultima)