Il sentiero di Mahanidhi

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“L’anima insegna al corpo a non accettare mai alcuna limitazione”.  Sri Chinmoy.

L’ultima cosa che Giovanni ci mostra è la frase che campeggia sul retro della sua maglietta blu. Ci ha appena regalato una copia del libro “La corsa interiore & la corsa esteriore. Segreti yogici per correre meglio”, una raccolta di scritti e interviste a Sri Chinmoy, con tanto di prefazione di Carl Lewis. E magari, dopo aver letto la sua storia, capiterà che lo andrete a cercare anche voi, anche solo per saperne qualcosa in più su questa faccenda della corsa come mezzo per superare i limiti che crediamo di avere.

Di Sri Chinmoy e del mondo delle self-transcendence marathon abbiamo parlato QUI, ma volevamo conoscere qualcuno che lo ha incontrato e che ci spiegasse com’è possibile correre su una pista d’atletica per 24 ore filate, o lungo il perimetro di un quartiere per sei giorni, o attorno a un isolato ogni giorno, per 18 ore di seguito, ininterrottamente per due mesi, arrivando a percorrere quasi 5 mila chilometri, il tutto per raggiungere un mix insolito di vesciche sanguinanti e pace interiore.

Prima di incontrare Giovanni Amantea, presidente della sezione italiana dello Sri Chinmoy Marathon Team, ci aspettavamo di trovarci davanti una specie di fissato delle corse estreme, che ci avrebbe sommerso con la sua storia incredibile e spericolata, di quanto era vuota e senza senso la sua vita prima del grande incontro e di come dell’incontro col Maestro l’avesse indirizzata lungo il sentiero della verità, un sentiero fatto di ultramaratone percorse a tempi di record e costellato di formule ed equilibrismi. Il tutto infarcito di quel condimento speziato che noi occidentali mettiamo superficialmente nella cartella “Filosofia orientale”, confondendo in un unico piatto zen e yoga, buddismo e tantrismo, free Tibet e free style, Tempura e Samosa, le massime del Dalai Lama e i libri di Osho.

Giovanni invece ha dalla sua una tranquillità – orientale, ça va san dire – che ci spiazza. A occhio ha più o meno 40 anni, è il titolare di un negozio di scarpe e abbigliamento da running di Milano (“ma da qualche anno a questa parte vendiamo anche attrezzatura e accessori per il nuoto, ora che sempre più runner passano al triathlon, io stesso…”) e ha i modi gentili e tranquilli che associamo di solito a un monaco orientale. Come un monaco orientale Giovanni ha i capelli rasati a zero, e come un monaco orientale da un po’ di tempo ha un nuovo nome, Mahanidhi (che significa “dimora di grande conoscenza”) e che gli è stato dato proprio dal Maestro Sri Chinmoy, l’uomo che gli ha cambiato la vita.

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Da alcuni anni con lo Sri Chinmoy Marathon Team, organizza anche in Italia gare e manifestazioni di auto trascendenza, come la 24 ore di Padova o la Self Transcendence Summer Race di 10 km. Perché parlare di corse di Self Transcendence (da adesso ST) non significa per forza pensare a gare interminabili dai 1000 km in su.

Niente affatto, ci spiega Giovanni, per molto tempo l’unica corsa che abbiamo organizzato qui in Italia era il Miglio per la Pace al parco di Trenno. La corsa come mezzo di auto trascendenza secondo il Maestro non è per forza una maratona o una ultramaratona. Il concetto di partenza è uno solo: il superamento del limite dettato dalla nostra mente“.

Tutto è cominciato 15 o 16 anni fa. Giovanni fa la guardia giurata e pratica il body building a livello agonistico, tanto che arriva a essere vice-campione italiano di categoria. È fidanzato con Sara, che poi diventerà la sua compagna, ed entrambi, mi racconta Giovanni, sono alla ricerca di qualcosa di più, qualcosa che risponda a quel desiderio, quella specie di senso religioso, che a quell’età gli umani non hanno ancora del tutto anestetizzato. “Oggi, col senno di poi, possiamo dire che eravamo quello che Sri Chinmoy definisce dei cercatori ” dice Giovanni, “Ma allora non lo sapevamo“. Giovanni però ricorda come fosse ieri il giorno in cui ha visto da qualche parte un poster che parlava di incontri di meditazione e che lui nella sua vita questa parola, meditazione, non l’aveva probabilmente mai incrociata, e come questa parola, meditazione, avesse in qualche maniera toccato una corda che evidentemente aspettava solo di essere sfiorata.

Con Sara iniziano a frequentare questi incontri e l’intuizione iniziale si rivela giusta. È qui che avviene il primo incontro con Sri Chinmoy, o per lo meno con i suoi scritti e la sua filosofia. Nel giro di qualche mese i due prima entrano in contatto con delle famiglie che vivono in alcuni ecovillaggi, una rete di comunità “differenti tra loro per orientamento filosofico e organizzativo, ma tutte tese verso un modello di vita responsabile e sostenibile dal punto di vista ecologico, spirituale, socioculturale ed economico”, e qualche tempo dopo decidono si recarsi in India, dove vanno a visitare la comunità di Auroville, una sorta di esperimento sociale-spirituale nato alla fine degli anni ’60 e che ancora oggi attrae migliaia di “cercatori” da mezzo mondo.

La vita e la società ad Auroville sono basate sugli insegnamenti di Sri Aurobindo, che era stato il maestro di Sri Chinmoy. È lì che per la prima volta Giovanni e Sara incontrano i suoidiscepoli, che gli parlano del legame fra auto-trascendenza e disciplina sportiva.

La corsa di lunga distanza ci dà la sensazione di aver compiuto davvero qualcosa di importante, scrive Sri Scinmoy. Velocità e resistenza sono entrambe molto importanti nella vita spirituale; chi possiede solo velocità alla fine non potrà avere successo. Abbiamo bisogno di resistenza, perché la Meta è piuttosto lontana; ma se abbiamo solo resistenza e non velocità, ci vorrà un’eternità per raggiungere la Meta”.

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Una volta tornato in Italia, Giovanni si applica. Continua a frequentare gli incontri di meditazione, ma a star fermo proprio non è capace. Traduce le fotocopie degli scritti del Maestro che ha portato con sé dall’India.

Come la maratona è un lungo viaggio sul piano esteriore, così la spiritualità è un viaggio ancora più lungo, lunghissimo, sul piano interiore. Quando corri una maratona stai cercando di compiere, sul piano fisico, qualcosa di molto difficile, e quando lo fai ottieni gioia, perché ti ricorda quello che stai cercando di compiere sul piano interiore”.

Pur non avendo praticamente mai praticato la corsa come attività sportiva prima di avvicinarsi alla filosofia di Sri Chinmoy, Giovanni decide di iscriversi alla Maratona di Roma.

Roma rimane a dispetto di tutto la città più spirituale dell’Occidente, la più monumentale, e forse è proprio in questo parte del suo fascino: correre attraverso la storia, su strade antiche che lambiscono il centro della spiritualità cristiana, così diversa da quella indiana, eppure accomunata dallo stesso tentativo di rispondere al desiderio del cuore degli uomini.

La maratona è come la vita, spiega Giovanni in maniera semplice, gli ostacoli vanno superati. Anche l’ostacolo più difficile è alla nostra portata se ci abbandoniamo alla volontà divina”.

Ma tecnicamente, Giovanni? “A ogni chilometro prova a ringraziare, ci dice, a ogni chilometro prova a mostrare gratitudine”.

Ma chi ringrazio? “Il concetto di Dio è libero, risponde, devi cercarlo dentro di te. Noi non parliamo di Dio, preferiamo parlare di illuminazione e recitiamo dei mantra, ad esempio il mantra Supreme (pronunciato in inglese, suprim). Lo recito durante la corsa e il suo compito è di attingere all’energia del supremo. Ogni mantra ha un suo potere, non lo sapevi?

In effetti no. Fatto sta che in sei mesi, Giovanni passa da zero chilometri a portare a termine una maratona, per inciso con un tempo intorno alle 3 ore e 40 minuti.

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Dal 2006 Giovanni è presidente del Sry Chinmoy Marathon Team col quale ha organizzato numerose manifestazioni: su tutte la 24 ore di Padova, di cui si è corsa quest’anno la terza edizione. Il concetto della gara è semplice: si corre in pista per 24 ore. Vince chi fa più giri. Alla gara si sono iscritte 40 atleti, tra cui 8 donne. A vincere è stato il signor Antonio Tallarita, da Reggio Emilia, di anni 55, che in 23 ore, 59 minuti e 10 secondi ha percorso la bellezza di 499 giri di pista. Pare che il fatto di aver sfiorato di un soffio la cifra tonda dei 500 giri non lo abbia turbato più di tanto.

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La corsa di self-trascendence in pista crea una sorta di bolla, spiega Giovanni, un vero e proprio nucleo di energia che si sprigiona proprio perché si percorrere circolarmente lo stesso tracciato”. È come se correndo assieme così a lungo le persone attivassero una dinamo invisibile e la pista d’atletica si trasformasse in una specie di circuito elettrico, come quello delle piste Polistil di una volta. Un’energia avvertita concretamente da tutti i partecipanti, ci assicura Giovanni, anche da coloro che non hanno mai praticano la meditazione, e che con le filosofie orientali non hanno assolutamente nulla a che fare.

Ecco perché i tracciati delle ST sono tutti relativamente brevi e circolari. Ecco perché i quasi 5 mila km della corsa più pazza del mondo si corrono lungo un perimetro di meno di un km.

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Sempre dal 2006 Giovanni, assieme a Sara, trasforma la sua passione per la corsa nel suo lavoro. È così che nasce Runner Store, uno dei negozi specializzati più apprezzati dai podisti milanesi. Qui è possibile fare il test dell’appoggio del piede con tanto di analisi della corsa, una consulenza scrupolosa e indispensabile per trovare la scarpa più adatta alla corsa di ognuno.

La corsa di autotrascendenza, conclude Giovanni, ti insegna a perseguire un obiettivo: andare oltre il tuo limite, il limite che ti impone il tuo corpo. Ed è un limite che non va assecondato e che si sposta sempre in avanti perché, diceva il Maestro, il punto di arrivo di oggi è il punto di partenza di domani”.

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Un insegnamento valido anche per chi non corre, evidentemente.

Prima di salutarci chiediamo a Giovanni se anche alla sua compagna il Maestro ha dato un nuovo nome. Certo, risponde lui, lei ora si chiama Upasevanam, che significa “estrema devozione”.

 

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