Stayin’ Alive

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Il 5 maggio del 2014 Nicola Gambini si sveglia in un letto d’ospedale.

È all’interno del reparto rianimazione, e la prima cosa che si chiede è cosa ci sta a fare lì intubato e con una flebo attaccata al polso? Poi si accorge di avvertire un dolore al polpaccio destro. Non un dolore muscolare, ma proprio un dolore acuto alla pelle, come di un’ustione.

Nella sua mente lo smarrimento è totale. L’ultima cosa che ricorda è l’immagine della strada, dei runner attorno a lui e del cartello del 12° km che si era appena lasciato alle spalle.

-Ma quanto sono arrivato? Chiede all’infermiera.

Poco dopo potrà rivedere sua moglie Simonetta e qualche ora dopo anche le sue bambine.

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Per ricomporre i pezzi di ciò che gli è accaduto nelle ultime 36 ore gli ci vorranno delle settimane, forse dei mesi, quando pian piano riaffioreranno i particolari, e quando i testimoni gli potranno raccontare ciò che hanno visto. E cioè quella che si potrebbe chiamare la sua morte. O la sua seconda nascita, come preferisce dire lui.

 Nicola oggi è un ragazzone alto con un grande sorriso e che dimostra molto meno dei suoi 46 anni. Si direbbe somigli a uno di quei compagni di classe che tutti abbiamo avuto a scuola, quelli di statura un po’ sopra la media, quelli simpatici. Quelli che nelle foto di classe si mettono (o le maestre mettono) sempre un po’ di lato, per dare equilibrio alla composizione, e sorridono al fotografo. Quelli buoni, quelli che però sai che è meglio non fare incazzare.

 Originario di Verona ma residente a Mantova, Nicola due anni fa era un uomo normale, con un lavoro normale, una moglie, due figlie. Un uomo come tanti insomma. Un uomo che varcata la soglia dei 40 anni e trovandosi leggermente sovrappeso aveva deciso di mettersi a correre e per l’occasione era andato a farsi il suo bel tagliando. Le visite mediche gli dicono che tutto è ok, le sigarette sono un lontano ricordo, c’è solo da fare il primo passo. Nicola allora inizia e pian piano si accorge del gusto che prova macinando chilometri. In pochi mesi arriva a correre senza difficoltà 10 km di fila. Se tutto va bene tra poco, pensa, potrà programmare la prima mezza maratona e nel giro di un anno, magari, una maratona. Nel frattempo Verona viene scelta come città che ospiterà in Italia la prima edizione della Wings For Life. Perché non provarci e vedere per quanti km riesce a correre?

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La Wings for Life World Run è una gara nata dall’intuizione di una donna, Anita Gerhardter che da anni è a capo della Fondazione Wings for Life appunto, che si occupa di sostenere la ricerca sulle lesioni al midollo spinale, e che è nata qualche anno fa su iniziativa dell’ex campione mondiale di motocross Heinz Kinigadner (il cui figlio rimase vittima di un incidente che lo costrinse sulla sedia a rotelle) e dell’inventore della Red Bull Dietrich Mateschitz. Da appassionata di corsa, Anita un giorno si immaginò un evento che desse l’opportunità ai runner di tutto il mondo di correre assieme, contemporaneamente, in una autentica “world run”, che permettesse, tramite le iscrizioni, di raccogliere fondi. Il meccanismo è semplice: si parte tutti assieme, contemporaneamente, in tutto il mondo. Quindi con fusi orari diversi, chi alle 9 del mattino, chi alle 13 – come in Italia – chi alle 10 di sera. A un certo punto partono le cosiddette catcher car, una per ogni località dove si svolge la corsa. Queste vanno ogni minuto un po’ più veloci e la regola è che quando i runner vengono raggiunti si devono fermare. I più lenti vengono “catturati” dopo i primi 5 o 6 km, mentre i più forti arrivano a correre 50, 60 anche oltre 70 km prima di essere raggiunti dalla macchina. Per la cronaca il nostro, immancabile, Giorgio Calcaterra nel 2015 è arrivato quarto nel ranking globale dopo una corsa di ben 78 km.

Chiaramente Nicola non ha questa ambizione chilometrica, ma quella domenica 4 maggio del 2014 è anche lui alla partenza assieme ad altri 1264 runner che, dopo lo start, sfilano come un serpentone per le strade di Verona. Nicola parte tranquillo e trova il suo ritmo, chilometro dopo chilometro. Supera il quinto, il sesto, il settimo, la catcher car non si vede, sta andando bene, il clima attorno a lui è quello di una grande festa mobile. Ecco il ristoro del decimo km, un po’ di acqua e via.

E poi, all’improvviso, il muro.

Che non è quello, famigerato, del trentacinquesimo km della maratona, ma un altro muro, invisibile, contro il quale Nicola va a sbattere violentemente subito dopo il cartello del dodicesimo km.

-Nessuna avvisaglia, nessun dolore, racconta Nicola, il nulla. Bum!

Nicola si accascia a terra, ma il concetto di accasciarsi probabilmente non rende l’idea. È come se qualcuno avesse schiacciato l’interruttore su off, dice lui, perché non ho neppure sentito la caduta, o il terreno sotto di me, nulla. O forse è il suo cervello che ha completamente resettato qualunque frammento, qualunque informazione, qualunque ricordo di quegli istanti.

Isabella è una ragazza austriaca di 26 anni che lavora per l’House Media Agency di Red Bull. Sportiva, appassionata di viaggi e fotografia, vive e lavora a Salisburgo e quel giorno avrebbe dovuto correre la sua Wings For Life proprio lì, nella città di Mozart e della Red Bull. Tre giorni prima però, assieme ad alcune amiche, arriva l’idea: perché non correrla in Italia e passare un week-end nella città di Giulietta e Romeo?

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Quando parla di lei ancora adesso Nicola la chiama “il mio angelo” o “l’angelo che correva dietro di me”. Perché Isabella, che si fa chiamare Bella, come un personaggio delle fiabe, è, a sua insaputa, proprio nel posto giusto al momento giusto, e vede quell’omone di quasi un metro e novanta cadere giù come un mela dall’albero. Alcuni runner si fermano, qualcun altro preferisce andare oltre. Probabilmente il destino, qualunque cosa sia, a volte non è nemmeno troppo originale: Bella è reduce da un corso di rianimazione e primo soccorso fatto solo una settimana prima. È la prima a chinarsi su di lui. Nicola trema da capo a piedi, la ragazza lo scuote, Nicola non c’è, e nell’arco di pochi secondi Nicola non respira più e il cuore cessa di battere.

 Allora Bella va giù di massaggio cardiaco, proprio come le hanno insegnato pochi giorni prima: con forza, regolarmente e tenacemente. Per cinque, forse sei, lunghissimi minuti, il tempo che l’ambulanza della Croce Rossa, che è già stata allertata, arrivi sul posto. Bella non si arrende. Non sa cosa accade attorno a lei, quanta gente ci sia, cosa dicono in quella lingua di cui conosce solo poche parole, dove siano le sue amiche.

L’ambulanza arriva, i volontari devono staccarla quasi di peso da Nicola e prendono in mano la situazione. Qualcuno prepara il defibrillatore, un altro prosegue col massaggio. Il medico lo sollecita a farlo con una frequenza maggiore.

Lo sai, mi dice Nicola, che ai corsi di primo soccorso suggeriscono praticando il massaggio cardiaco di tenere il ritmo di Stayin’ Alive dei Bee Gees?

Ecco, sono cose che si imparano anche queste. Stayin’ Alive, rimani vivo, mica male.

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E poi arriva il defibrillatore. Attenzione, perché il defibrillatore ci porta al terzo protagonista di questa storia: un tombino. Perché mentre è a terra, il polpaccio di Nicola appoggia proprio su un tombino, un comune tombino di quelli dell’azienda municipale del gas. Medici e volontari predispongono gli elettrodi e il defibrillatore fa partire la scarica. A contatto col metallo del tombino il polpaccio, attraversato dalla scarica elettrica, vi rimane attaccato per qualche secondo. E proprio sul polpaccio Nicola si ritroverà il disegno della trama del tombino del dodicesimo chilometro.

Intanto i ragazzi della Croce Rossa ripartono col massaggio e il cuore di Nicola, fortunatamente, riprende a battere. Poi la corsa verso l’ospedale, il coma farmacologico indotto per le successive 24 ore, il risveglio. La domanda all’infermiera: cosa ci faccio qui? Stavo correndo.  Quanto sono arrivato?

La diagnosi dell’arresto cardiaco è la chiusura improvvisa della valvola coronaria sinistra. Un evento a detta dei medici dell’ospedale non prevedibile. Un piccolo intervento chirurgico gli rimette in sesto la valvola capricciosa, ma la riabilitazione dovrà essere lunga e faticosa. Perché qui inizia la seconda parte della storia, quella più difficile, ma anche la più interessante. Giorno dopo giorno, con l’aiuto della sua famiglia, Nicola riprende le sue normali attività, il lavoro, ma da molte parti, in tanti, medici compresi, gli dicono che non potrà più correre e che dovrà dimenticarsi maratone e follie del genere.

Riprendere a correre per me significava riprendere a vivere, racconta Nicola, tornare alla normalità, buttare via la paura e il pensiero costante che magari quello che stavo facendo era l’ultimo passo della mia vita. Rialzarsi è stato durissimo. Quando ho rimesso le scarpe da corsa per fare i primi brevi tragitti alternando corsetta e camminata, in tanti, ovviamente per il mio bene, mi davano del pazzo, ma per me ogni metro percorso in più ogni giorno era una gioia. Un mese dopo l’incidente ho fatto la mia prima corsa: mezzo chilometro. Ci ho messo 40 minuti.

A dicembre del 2014 avevo già recuperato buona parte della forma e con i miei bambini e mia moglie abbiamo fatto la Babbo Run, sempre a Verona: 5 km di felicità vestiti da Babbo Natale. Ecco, lì ho capito che avrei potuto rifare la Wings For Life, con un unico obiettivo: arrivare su quel maledetto tombino, al dodicesimo chilometro.

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Il giorno della corsa è una festa: la Croce Rossa ha conservato il pettorale dell’anno prima, dove è rimasta qualche goccia di sangue, e lo ha incorniciato per l’occasione donandolo a Nicola prima della gara. Molti si sono stupiti di rivederlo allo start, ma Nicola sapeva quel che stava facendo: i controlli e le visite mediche avevano dato esito favorevole. Probabilmente potrebbe entrare nel guinness dei primati per il numero di elettrocardiogrammi sotto sforzo fatti in un anno.

Poi la partenza, e assieme al suo amico Rino, Nicola va. Ma se la dovrà sudare più del previsto: il percorso è stato modificato e il famoso tombino si trova adesso al km 17! La catcher Car li raggiunge dopo sedici km e i due si fanno i 1000 metri che li separano dal tombino, camminando. Quando arrivano Nicola può sfogare il pianto che ha trattenuto fino ad allora.

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Quest’anno sarà la mia terza volta, racconta, e correrò per mia moglie, assieme a lei ed alle mie due splendide bambine, Martina e Alessia. La cosa che mi rende più felice è di aver contributo con la mia battaglia personale ad incentivare le persone a non mollare mai neppure nei momenti più bui.

Non che ci fosse stato il pericolo di dimenticare, ma Nicola ha voluto farsi fare un tatuaggio, proprio attorno all’ustione al polpaccio: il logo della Wings for Life, la data di quello che lui chiama il giorno in cui è nato una seconda volta e il nome del suo angelo.

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A proposito.  Oltreché rimettersi in piedi, nelle settimane e nei mesi successivi all’incidente Nicola aveva anche un altro grande obiettivo: ritrovare Bella per ringraziarla. Un impresa, fortunatamente, un po’ meno complicata di tornare a correre. Dopo l’intervento della Croce Rossa la ragazza era tornata, ancora sotto choc, in piazza Bra con la navetta che riportava i runner al ristoro e al deposito delle borse. Aveva chiesto informazioni all’organizzazione ma nessuno sembrava poterle dirle niente. La sera poi l’aspettava l’aereo per tornare a casa. L’unica cosa che poteva fare era lasciare i suoi riferimenti e aspettare.

Quello che gli era accaduto Nicola lo ha ricostruito pian piano, soprattutto grazie all’equipe della Croce Rossa e a qualche testimone che lo è andato a trovare in ospedale nei dieci giorni di degenza. Sono loro che gli raccontano di questa bella ragazza straniera che gli ha salvato la vita. Qualche tempo dopo, quindi, una volta uscito dalla rianimazione riesce ad avere i suoi contatti e può rintracciarla tramite Whatsup e poi finalmente incontrarla, assieme alla sua famiglia, in estate. L’anno dopo andranno a trovarla in Austria. Bella ormai considera quella di Nicola la sua famiglia italiana.

In questi giorni, mi racconta Nicola, è in Sudafrica. E domenica correremo la nostra terza Wings for Life insieme. A 9000 km di distanza.