Da San Siro a Central Park

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Dal ponte del Queens si ha sempre la sensazione di vedere la città per la prima volta, nella sua prima ed esaltante promessa che in essa siano racchiusi tutto il mistero e tutta la bellezza del mondo.

Quando Francis Scott Fitzgerald descriveva le scorrerie newyorkesi del Grande Gatsby non immaginava che molti decenni dopo quello stesso ponte ogni prima domenica del mese di novembre sarebbe stato attraversato da 50 mila persone impegnate a correre una maratona. Per loro però nessuna possibilità di godere dello skyline di Manhattan. Il passaggio pedonale sud infatti è stato chiuso alcuni anni fa e i maratoneti, dopo una salita sfiancante, si ritrovano come inghiottiti nel metallico ventre di una balena, circondati solo dall’eco di migliaia di passi, quasi fosse il rumore del masticamento regolare e ossessivo del mostro che li ha divorati e da cui dovranno uscir fuori, continuando a correre.

Collocandosi all’incirca al 25° km, il Queensboro Bridge taglia simbolicamente a metà la Maratona di New York. Prima di lui la festa, i gimme five, l’esaltazione, i canti, i frizzi e i lazzi. E ancora i mille volti di Brooklyn, dai quartieri neri di Flatbush e Bed Stuy alla Williamsburg degli ebrei ortodossi, dalle facciate colorate delle villette degli intellettuali e dei ricchi di Park Slope fino al Queens, crocevia di quartieri e comunità di ogni razza e provenienza. Insomma un susseguirsi di incitamenti, cartelli di ogni genere, bande musicali, Run baby run, applausi e altro ancora.

Per quei primi 25 chilometri io non ho corso, racconta Simone, davo il cinque ai bambini, tornavo indietro se ne avevo saltato uno, incitavo la folla, ballavo con le band. Una festa lunga 25 km”.

E poi c’è il ponte.

Il Queensboro è una montagna, mi dice Yuri, ci entri e ti trovi davanti un fiume di gente che cammina, nessuno che parla. Immaginati 2 km tutti così, in salita, un incubo”.

Anche se corre da poco tempo Valentina è ormai una runner esperta. In poco più di un anno ha corso 7 maratone. Quella di NY è l’ottava. È da poco entrata anche lei nel Queensboro Bridge quando vede un tizio sbracciarsi e chiedere soccorso. Sembra ci sia un runner a terra che sta male. La stragrande maggioranza dei maratoneti prosegue la sua corsa. Vale si guarda attorno, non vede volontari allora decide di tornare indietro per cercare un ambulanza. Ricorda di averne vista una sulla rampa d’imbocco del ponte. Si fa quasi mezzo chilometro correndo contromano fino a che riesce a richiamare l’attenzione di alcuni volontari. Poi si rimette nel flusso e sente finalmente la sirena dell’ambulanza dietro di lei.

Per Chiara invece NY è solo la seconda maratona. È stata indecisa fino all’ultimo per via di un infortunio al polpaccio. La sera prima si sentiva la gamba esplodere e, armata di un paio di forbici da cucina, ha deciso di togliersi via la pesante fasciatura. Si è fatta dei massaggi, è andata avanti ad Aulin e Voltaren. Alle nove del mattino mentre aspettava la partenza, forse per un effetto collaterale delle medicine, si è addormentata. Quando l’hanno svegliata temeva che fossero già partiti tutti. Lei il ponte lo attraversa tranquilla anche se infreddolita, il peggio, quella che lei chiama la crisi del primo chilometro, ormai è solo un ricordo.

Chiara del Queensboro ricorda solo la fine, “Quando vedi l’uscita, arrivi a Manhattan e, prima in lontananza, poi sempre più forte, senti le note di Knockin on Heaven’s door”.

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È lì, quando se ne intravede la fine, e alle orecchie arriva in crescendo il suono della folla che aspetta gli eroi, anche quelli che spezzati dalla fatica che adesso, favoriti dalla discesa, han ripreso a correre, per tuffarsi in lacrime tra le braccia della città, è lì che il cuore riprende a battere.

La maratona alla fine è un enorme rito collettivo, un’esperienza che tutti possono fare, gli uomini e le donne, i veloci e i lenti, i giovani e i vecchi, i magri e i grassi, i ricchi e i poveri. Persone diverse tra loro che grazie alla passione per la corsa diventano amici. Come è successo a Valentina, Simone, Yuri, Chiara, Alino e Michele, del gruppo degli Urban Runners che, come tanti altri, sono andati assieme a New York per correre la Maratona più famosa del mondo.

NY Time

Gli Urban Runners tecnicamente sono una società sportiva dilettantesca nata a Milano all’inizio di quest’anno. Se si considera anche la filiale romana, nata qualche mese dopo, il gruppo conta oggi già oltre 100 associati, più oltre un migliaio di cosiddetti simpatizzanti che li seguono sui vari social.

A Milano si ritrovano per correre due sere alla settimana, col caldo o col freddo, col sole o con la pioggia, il mercoledì al campo di atletica della montagnetta di San Siro, e il venerdì al Parco Sempione.

Tutto è iniziato proprio alla Montagnetta, racconta Valentina, Eravamo un gruppetto abbastanza assortito: alcuni tra noi correvano da qualche mese e stavano iniziando a preparare la prima maratona, qualcun altro era un po’ più esperto”.

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Qui va fatta, anche per i non milanesi, una breve parentesi. La Montagnetta di San Siro, uno dei luoghi più belli e curiosi di Milano si chiama ufficialmente Monte Stella, dal nome dalla moglie dell’architetto che l’ha progettato, Piero Bottoni. Si tratta infatti di una montagnetta artificiale: sotto di essa ci sono gli accumuli delle macerie prodotte dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. La decisione di farne un’area verde, una sorta di parco urbano arrivò tra gli anni ’60 e ’70, quando fu arricchita di alberi e vegetazione. Solo dal decennio successivo, però, il Monte Stella diventa il luogo di ritrovo per eccellenza dei runner milanesi. In parte grazie anche alla popolarità che in quegli anni la corsa comincia ad avere fra gli appassionati. In particolare, la Montagnetta si lega a un nome su tutti: Alberto Cova, il leggendario mezzofondista brianzolo vincitore dei 10.000 metri alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Sulla Montagnetta esiste ancora adesso il mitico “percorso Cova”: un allenamento che, a dire di Giorgio Rondelli, storico allenatore di Cova, era rivolto a sviluppare potenza e capacità aerobica, con sollecitazioni a livello muscolare indotte sia dai continui saliscendi sia dal fondo del terreno variabile (ghiaia, terra, asfalto) sia dai numerosi cambi di direzione.

La Montagnetta comunque, vero e proprio luogo dell’immaginazione, non privo di una sua poetica, è stato descritto benissimo da Franz Rossi, figura familiare a tutti i runner -milanesi e non- e coautore con Giovanni Storti del libro Corro perché mia mamma mi picchia.

La Montagnetta in quanto cumulo di macerie prodotte dai bombardamenti della II guerra, accumulate nella frenesia della ricostruzione e trasformate poi in un parco cittadino è una metafora dello spirito meneghino.

(…) Ci sono i proprietari dei cani. Dalle 5 di mattina a sera inoltrata li incroci dappertutto, (…) intenti a commentare a gruppetti l’ultima delibera comunale su igiene pubblica o ordinanza su museruole.

Ci sono le famiglie filippine (e di molte altre etnie), frequentatori della Montagnetta solo la domenica (meglio se con il sole). Arrivano su furgoni che durante la settimana usano per lavorare. Squadre organizzatissime di decine di persone montano impianti stereo, campi da volley, grigliate da catering professionale. Allestiscono barbecue e feste danzanti, invadono l’aria di odori di cibo e suoni latino americani. (…)

Poi ci sono i bikers (mountain bikers, of course). Sfrecciano lungo la Montagnetta su tracciati che solo loro immaginano, lungo discese impossibili o salite spezzagambe. Come i funghi aumentano dopo una giornata di pioggia, eccitati dal fango che dona brividi e sforzi extra. Sbucano all’improvviso, saltando giù da un muretto, attraversano la strada e spariscono nel bosco: non sono neppure certo siano reali.

Infine ci siamo noi runner.
Siamo centinaia e abbiamo i nostri percorsi strategici, con nomi in codice sconosciuti agli altri. Conosciamo la Montagnetta in termini matematici: la salita da 260 metri, il giro da 1,3 km e così via. Anche noi risentiamo della stagionalità. Raddoppiamo prima della Stramilano o della MilanoMarathon, decuplichiamo subito dopo le feste mangerecce e prima della stagione del costume da bagno. Ci illudiamo che lo smog che ricopre Milano si fermi rispettoso ai margini della Montagnetta.
Rispecchiamo, in piccolo, l’universo mondo dei runners.

La Montagnetta è questo e molto di più: mattine nebbiose in cui ti regala l’arrivo in cima con vista sulla Madunina, serate estive con vista sui concerti di San Siro, silenzi magici dopo una nevicata, primavere fuori stagione appena il sole diventa un po’ più caldo.

Nella primavera dello scorso anno, racconta Valentina, abbiamo cominciato a ritrovarci il mercoledì verso le sei e mezza. Salivamo su in cima, il tempo di essere assaliti dalle zanzare e fare un selfie tutti assieme col sole che tramontava e lo stadio di San Siro in lontananza. Poi una volta tornati giù capitava che allestissimo una sorta di ristoro finale. Qualcuno portava le bibite, qualcuno la focaccia o le patatine. Gli altri runner ci vedevano e qualcuno si univa. Dieci son diventati venti, i venti trenta, e così via”.

Oggi, spiega Michele Ronzulli, che assieme a Valentina e Gianluca guida gli allenamenti degli Urban Runners, quando ci ritroviamo facciamo diversi gruppi, a seconda della preparazione e degli obiettivi di ognuno: dai basic, che hanno iniziato a correre da poco o da pochissimo, ai beginners che mirano a fare una maratona chiudendola dalle 4 alle 4 ore e mezza, fino ai top che mirano a ritoccare il proprio Personal Best avvicinandosi o scendendo sotto le 3.30”. Michele ha iniziato a correre da un po’, alla soglia dei suoi primi 40 anni, quando era palesemente sovrappeso. A Firenze tra meno di una settimana correrà la sua terza maratona in un mese e mezzo, dopo Amsterdam e New York (che ha fatto per la quinta volta).

Al tradizionale appuntamento del mercoledì si è affiancato il ritrovo del venerdì al Run Base Adidas in Corso Sempione. Qui gli Urban (sempre divisi in gruppi) si fanno un’oretta di corsa attorno al Parco sfrecciando in mezzo al popolo degli aperitivi. Dopo l’allenamento anche i runner vestono abiti civili, le ragazze si danno un filo di trucco, i maschietti si ricompongono, e tutti si danno a un po’ di movida.

Accanto agli allenamenti, racconta Valentina, sono arrivate le gare e le trasferte: prima la Maratona di Firenze, poi la Montefortiana a gennaio, la Mezza di Barcellona a febbraio, la Maratona di Roma a marzo, poi la Milano Marathon e così via. Per non parlare del Passatore: per accompagnare Gianluca e Michele abbiamo noleggiato un pullmino e passato la notte lungo il percorso in maniera da non lasciarli mai soli”.

La filosofia di corsa degli UR, e forse anche il segreto del loro successo, è proprio qui, nell’intendere la corsa come un momento da vivere assieme, come attività di relazione, una specie di corsa social, che è un po’ l’esatto contrario della visione sturm und drang della corsa di resistenza come avventura individuale in perenne competizione contro se stessi e contro il destino.

Non è un caso, racconta ancora Valentina, che alla nostra prima Maratona, a Firenze, siamo arrivati mano nella mano con Yuri, Veronica e Marcilene, o che spesso molti di noi accettano di fare i pacer, proprio per accompagnare i meno esperti o gli esordienti attraverso le fatiche della maratona”.

Ma il supporto del gruppo può arrivare in tanti modi. Giulio, uno dei membri “anziani” del gruppo, aveva deciso di correre la sua prima maratona a Venezia, ed era l’unico Urban Runners iscritto. Al mattino della gara, incredulo, si è ritrovato accanto a sorpresa Simone e Chiara, anche loro coi pettorali. Al 20° km li aspettavano Gianluca e Michele per dar loro il cambio e accompagnare l’aspirante maratoneta fino al traguardo dei 42 km.

L’idea di New York è nata per caso, dice Valentina, a febbraio avevo partecipato alla lotteria e avevo vinto il diritto al pettorale. Da lì il gruppo è andato pian piano ingrossandosi ed è finita che siamo partiti in 14”.

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Quattordici persone diversissime tra loro: c’è l’esperto informatico e l’educatrice, l’avvocato e il direttore finanziario, la commercialista e il magazziniere. Per alcuni di loro è la prima maratona, per altri la prima volta in America, per tutti una specie di gita scolastica.

Per Yuri ad esempio è la terza maratona in dodici mesi. Fino a tre anni fa fumava due pacchetti di sigarette al giorno. Si è allenato in maniera metodica, anche col caldo di luglio e agosto, spesso da solo perché gli orari di lavoro raramente gli hanno permesso di partecipare alle sessioni di gruppo. New York la conosce bene avendoci lavorato per un paio di mesi un po’ di anni fa. Se oggi ripensa alla Maratona chiude gli occhi, dice, e si ricorda ancora il cartello all’inizio del ponte del Bronx: Last Damn Bridge. È riuscito a chiuderla sotto le 4 ore.

Alino corre da circa un anno e mezzo, per l’esattezza dal 4 agosto 2014. Sono certo che se glielo chiedessi saprebbe dirmi anche l’ora. Ha un fisico piccolo, asciutto e scattante. Ha sempre fatto sport, ma come per tutti, la corsa era quella roba noiosa che si faceva per riscaldarsi prima della partita di calcetto o di basket. Si è allenato in maniera continuativa assieme al gruppo dei top. Tra questi è senza dubbio uno dei più veloci. Infatti il suo obiettivo era di correre New York alla media di 4’15” al km e quindi di chiuderla sotto le 3 ore.

Per lui è la prima volta a New York e quindi si sente addosso tutta l’eccitazione degli esploratori. Al mattino si sente bene. Alla partenza, quando la voce di Frank Sinatra intona come da rito New York New York, non si dà neanche il tempo di emozionarsi: parte a scatto e inizia a superare pur non perdendosi la festa del pubblico e dando il cinque a destra e sinistra. Al 13° km il problema che non ti aspetti: il ginocchio sinistro inizia a far male. Mai successo. Al 18° il dolore aumenta. Alino stringe i denti e si impone di arrivare alla Mezza senza cedere. Sulla discesa del Queensboro il dolore diventa insopportabile e deve camminare. La folla che abbraccia lui e gli altri runner appena messo piede a Manhattan gli provoca un’ondata di lacrime di rabbia e delusione. Va avanti così alternando corsa lenta e camminata. Non era mai andato così lento Alino. Pensa alle persone a casa, in Italia, a tutti quelli che lo stanno osservando in tempo reale con quella maledetta app che permette di seguire i propri amici alla Maratona metro per metro. Anche io, dal divano di casa mia, con lo smartphone sotto il naso, mi accorgo che ad Alino, il più veloce di tutti, è successo qualcosa. Il pallino verde con le sue iniziali AC va piano piano lungo l’interminabile autostrada della First Avenue.

Al 30° km mi pianto definitivamente, mi racconta, mi supera Rocco (un amico comune dei Road Runner con cui è capitato anche a me di correre spesso), poi mi si avvicina anche un medico. Ho i crampi, mi fanno male le anche e mentre mi vedo superare da tutti mi viene ancora da piangere. E lì che capisco. Capisco che non avevo mai davvero vissuto la sofferenza della corsa. La fatica sì, ma non questa sofferenza. Avevo sempre inseguito il mio personal best e avevo sempre raggiunto il mio obiettivo. Ora invece non guardo più il cronometro, smetto di pensare al dolore e decido di vivere la festa. Mi fermerò a tutti i rifornimenti, darò il cinque a tutta New York, camminerò, se riuscirò proverò a corricchiare, ma decido di vivere il bello del brutto. A un certo punto mi raggiunge Simone. È stupito di vedermi, a quest’ora dovevo essere già arrivato da un pezzo. “Ma che ci fai qui?” mi chiede. Gli dico del ginocchio e rallentando mi dice “Alino, per me è un onore correre con te” Io però devo nuovamente fermarmi e lui giustamente riprende: se mi fermo non mi muovo più neppure io, mi dice. Così arrivo al 24° miglio, circa il 39° km, e riesco a farmi l’ultimo tratto correndo un po’ di più. Taglio il traguardo, ce l’ho fatta. La diagnosi, una volta tornato in Italia, sarà infiammazione del tendine rotuleo. Ci sarà da star fermi un po’. Ma il ricordo dell’abbraccio di New York, della gente che vedendoti con la medaglia, anche nei giorni successivi alla gara, ti ferma per strada facendoti sentire un supereroe, anche se un supereroe azzoppato, non si può cancellare”, dice Alino.

Valentina. Per la prima volta, dopo 7 maratone, tra cui la leggendaria Monza Resegone, sta correndo da sola e questa è la sua difficoltà più grande. Gabriella è volata via poco dopo la partenza, Monica è rimasta più indietro, il Manzi boh. Corre da sola e sente tutta la fatica della maratona più difficile che abbia mai fatto. Dovevamo fare più allenamento collinare pensa mentre affronta i saliscendi letali di Central Park, più Montagnetta, cazzo. Ma stringe i denti. Al 40° km incontra i suoi figli che la incitano. Li saluta con la mano senza fermarsi e porta con sé fino all’arrivo le sue lacrime di gioia.

Chiara. L’avevamo lasciata all’uscita del Queensboro Bridge con la colonna sonora di Bob Dylan che canta Knock knock knockin’ on Heaven’s Door. Anche per lei la strada per il traguardo sarà lunga. Come per Valentina, per Yuri, per Simone, per Alino, e per gli altri Urban. Ognuno di loro conserva un ricordo, un’immagine particolare. Per Chiara sono le caramelle che i bambini del Bronx offrivano ai maratoneti. Per Alino il ragazzo di colore che lo affianca per incitarlo Go Run Go e gli rimane al fianco per quasi mezzo chilometro. Per Simone la Coca Cola che ha quasi strappato dalle mani di uno spettatore da qualche parte nel bel mezzo di Central Park. Per Yuri un cartello sempre all’ingresso di Central Park, 35° km circa, che in una sintesi definitiva e molto newyorkese descrive il giusto spirito per portare a termine una maratona: “corri e non ti preoccupare… tutti scoreggiano!”.

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